Funziona bene il Château di Macron

Giuliano Ferrara

"Comment va le Château?". Mica male, le cronache riferiscono di Macron che i suoi sondaggi sono da mesi in crescita, mentre i cali d’agosto erano stati pubblicamente ignorati e declassati, a parte la grancassa sputacchiante in un’Italia dei commenti risentiti e nervosetti, come cose passeggere, effimere. Conta un’industriosità intransigente del nuovo presidente riformista, che ha fatto nel suo attivismo qualche gaffe più o meno intenzionale, ha incespicato un poco, ha aumentato imposte spinose per alleggerire i contributi sociali, ha litigato con un generale popolare, ma ha realizzato parecchio del suo programma. Novità delle novità, niente fronda di strada: di fronte al nuovo capo liberale, parola “scandalosa”, la Francia non fa le barricate, nemmeno quando sradica e riforma il vecchio codice del lavoro, insomma l’articolo 18, e su tasse e spesa pubblica si comporta come si dice da “presidente dei ricchi”. Per Massimo D’Alema chi parla di Macron senza spocchia “gli bacia la pantofola”, la solita filastrocca del servo encomio usata come un codardo oltraggio. Per il combattivo superstite della politica d’opposizione, in un paese con i populisti e la destra e i socialisti alla frutta, per Jean-Luc Mélenchon, invece, “il punto lo ha segnato lui”.

 

Giovedì fa quarant’anni, il pupone di Francia. Il suo passo di carica, che il Royal baby aveva anticipato a modo suo e in un paese così diverso, ha certo diffuso un po’ di conformismo, ma in genere la Francia è barricadera e royaliste, accompagna a scandalo e sberleffo una certa sana disciplina politica e patriottica. Ora si parla del fatto che il presidente dorme poco, che fa le vacanze in un castello di stile versagliese (ma in una dépendance, e a spese proprie), che ha un’agenda bestiale, cantieri su cantieri e sempre in un clima di urgenza assoluta. Intanto fa le interviste passeggiando tra il salon doré e il salon vert dell’Eliseo, con sosta finale davanti a un albero di Natale, un sapin come si deve, perché ha sempre detto di non voler mostrare le coulisses del potere, che deve difendere quel po’ di arcano che al potere è rimasto dopo i footing burini di Sarko e i croissant alla fidanzata di Hollande. Al nuovo sfidante capo della destra Laurent Wauquiez, che sparla di lui con devoto odio, ha dato una risposta alla Mazzarino: “L’odio che ha per il vostro servitore, glielo lascio, non sono cose che danno da mangiare ai francesi”.

 

La chiave di tutto questo successo è un sistema di comando che, se attivato a dovere, fa meraviglie. Anche quando il mito dello stato centrale, e del suo seigneur, si mette al servizio di un’economia aperta ai mercati aperti e di un mito trainante globalizzante e sovranazionale, la sovranità dell’Europa riformata. L’arte del comando e del possibile è notoriamente una cosa misteriosa, chissà dove e come l’ha imparata, Macron, certo la possiede, e per adesso con le sue Virtù scansa il nemico di ogni giorno, cioè il rovescio di Fortuna. Le questioni di società e di costume le rinvia, e non è detto che abbia torto, ma la politica economica se l’è giocata subito, medita riforme costituzionali per ridurre il numero dei parlamentari, è duretto con il suo ministro di polizia su immigrazione e sicurezza, si impegna su cose che in Francia contano come la scuola, gli accessi all’istruzione superiore, la serietà degli studi e della ricerca, e poi la formazione professionale e altre questioni di rinnovamento del sapere e del lavoro. Fa la sua figura senza strafare ai funerali di Johnny, coltiva con puntiglio pedagogico ma senza lezioncine moralistiche la cura francese del mondo ridotto sotto il concetto trinario dell’eguaglianza fraternità e libertà, certo si pavoneggia anche un poco, d’altra parte l’aveva detto che in realtà i francesi non volevano decapitare il re e hanno sempre pensato che quel posto era diventato tristemente vuoto. 

 

Decisiva la politica estera, qui da noi una quisquilia per fissati, a Parigi regina del machiavello e della singolarità nazionale. Mentre aspetta che si sblocchi lo stallo in Germania, partner chiave per progressi eventuali nel grande disegno euroriformista, stringe con calore malizioso la mano a Trump, e di converso si lancia in una crociata non ottusa sul clima in continuità con la leadership esagonale in materia, con il contorno di capi di stato e star da e per ogni dove. E’ realista su Bashar el Assad, ma lo castiga con giudizi umanitari impietosi e affronta tranquillo la bagarre internazionale sulla Siria. Ora se ne va a passare il Natale in Niger, in un’Africa alla quale ha promesso una politica non più postcoloniale e non affetta dai conseguenti freni e rimorsi. Insomma, fa funzionare le leve che stanno nel Château, cura se non altro l’apparenza di una classe dirigente in formazione, con un primo ministro e capi locali che sono faticoni intelligenti, bella gente molto diversa dai marrazzoni casaleggiani, e non vola una mosca quando parla il numero uno. Alla fine gli andrà male, gli andrà bene, non si sa, ma non saranno come quei cinque anni buttati appresso ai casi Etruria e altre sciocchezze, con la dittatura della “com”, in Francia il casino mediatico si definisce così, in un tripudio di gargarismi.

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