A cosa deve badare l'Ue per "tenere d'occhio" l'austriaco Kurz

Paola Peduzzi

Milano. Il nuovo governo austriaco ha giurato lunedì, l’alleanza tra la destra del cancelliere Sebastian Kurz e l’estrema destra del vicecancelliere Heinz-Christian Strache guiderà il paese per il prossimo mandato, e l’Europa nel secondo semestre del 2018. Gli europei speravano che Kurz non assecondasse tutte le richieste di Strache – tre ministeri chiave – o che il presidente, il verde Alexander Van der Bellen, ridimensionasse la presenza dell’Fpö nell’esecutivo. Siccome vogliono però continuare a pensare positivo – questo è l’insegnamento del 2017, anche Simon Nixon sul Wall Street Journal ha celebrato l’anno della sopravvivenza dell’Unione europea – gli europei ripetono che staranno attenti e vigileranno ma non si faranno prendere dall’allarmismo.

  

Pierre Moscovici, commissario europeo per gli Affari economici, ha twittato per dire che bisogna stare attenti, i valori democratici potrebbero essere in pericolo nell’Austria della coalizione tutta a destra, però Kurz, che è molto giovane (31 anni) ma ha già dimostrato di essere altrettanto scaltro, sventola il suo europeismo moderato, con editoriali sul problema dell’immigrazione e un programma economico liberale e contro la corruzione. Oggi Kurz è atteso a Bruxelles, e già il fatto che sia in arrivo rafforza chi vuole credere che il cancelliere saprà domare i colleghi dell’Fpö e anche i loro curricula costellati di xenofobia. Poi c’è il ricordo di come è andata, all’inizio degli anni 2000, quando i populisti al governo si sono fracassati, dividendosi e impiegando un decennio per tornare rilevanti. A Bruxelles molti leggono felici l’articolo del New York Times che titola sui fischi che si sono presi i leader antieuropeisti riuniti a Praga: ricordate il raduno di Coblenza a gennaio di quest’anno? Allora i populisti innamorati delle “exit” dall’Unione europea scattavano selfie e rilasciavano dichiarazioni roboanti, e tutti facevano a gara per entrare nella foto di famiglia degli orgogliosi sabotatori del progetto europeo. Ora l’umore è un po’ più dimesso, di uscita dall’euro non parla più nessuno – anche se poi c’è sempre l’olandese Geert Wilders carico, “l’Europa è un mostro, vogliamo un futuro senza di lei” – e semmai si vive di risultati sparsi per tentare di renderli di nuovo un’onda travolgente. Anche Strache fa parte di questo gruppo di europei antieuropei, ma è ancora salda la convinzione che è a Kurz che bisogna guardare, non ai suoi partner.

 

Naturalmente Bruxelles corre il rischio di sottovalutare la capacità dei movimenti populisti di rinascere, la storia recente europea è scandita da esempi di questo tipo di leggerezza. E con l’Austria il test potrebbe essere rilevante. Soprattutto per quel che riguarda la definizione oggi di “europeismo”. E’ quasi superfluo notare che l’idea che ha Kurz dell’Europa è molto diversa da quella dell’europeista in chief, il presidente francese Emmanuel Macron – e finché non torna la cancelliera tedesca, Angela Merkel, con un governo solido è a Parigi che si guarda. Kurz parla di controllo delle frontiere, dopo che già da ministro del governo precedente ci ha fatto venire il mal di testa con i carri armati annunciati al Brennero, laddove Macron ha in mente una rifondazione aperturista dell’Ue, con la sua marcia continentale che partirà a gennaio sul modello di En marche!. Le avances ai sudtirolesi, la proposta di togliere le sanzioni alla Russia e le dichiarazioni contro l’ingresso della Turchia nell’Ue fanno tremare i più liberali, che vedono dietro alla faccia da ragazzino “un pugno di ferro etno-nazionalista”. Il pericolo esiste, soprattutto se si salda l’asse tra l’Austria e il gruppo Visegrad nell’est dell’Ue già piegato verso l’illiberalismo, ma ancora una volta buona parte del suo futuro l’Europa può determinarlo da sola. E questa è, dovrebbe rimanere, una buona notizia.

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