Il nuovo nemico pubblico di Trump

Paola Peduzzi

Roma. Kirsten Gillibrand ha un nomignolo, “peso leggero”, assegnatole da Donald Trump, non dei più gravi, ma abbastanza per rivendicarlo, e questo significa due cose: che la Gillibrand ora gode dello status di nemico-del-presidente, che paradossalmente è un elemento positivo per chi vuole fare carriera nell’America di oggi; e che forse Trump un po’ la teme, perché non tutti i nemici hanno un nomignolo, solo quelli più rilevanti, o pericolosi. La faida tra la Gillibrand, senatrice democratica dello stato di New York, e il presidente americano nasce nel solco della campagna “Me Too”, la denuncia delle molestie sessuali nel mondo dello spettacolo, dell’editoria, della politica. Molti sostengono da sempre che l’obiettivo ultimo e primo della valanga di denunce sia il presidente, accusato lui stesso di molestie da parte di più di una donna. La Gillibrand ha dato senso a questa prospettiva e ha chiesto le dimissioni di Trump, dopo che in questa convulsa settimana – sono tutte convulse le settimane con Trump, anche i minuti – tre accusatrici del presidente hanno chiesto al Congresso di aprire un’inchiesta sul suo comportamento nei confronti delle donne, contando sull’appoggio dei democratici. Trump ha twittato e così il caso Gillibrand è diventato all’istante notizia, anche perché il presidente non è stato, come è sua natura, delicato: ha detto che la Gillibrand è “una serva” che “avrebbe fatto qualsiasi cosa” per ottenere contributi elettorali. La senatrice – con lei buona parte del mondo politico e mediatico – ha considerato il commento molto sessista. La portavoce della Casa Bianca, Sarah Huckabee Sanders, ha detto che soltanto la malizia può far pensare che ci fosse qualche riferimento sessuale nelle parole del presidente, ma il “disgusto”, per usare il termine dell’ex vicepresidente Joe Biden, è già mainstream.

 

Il quotidiano Usa Today ha deciso di non lasciare che questo scontro finisse nel solito e prevedibile agone politico e partisan, e ha pubblicato un commento durissimo: Trump è “straordinariamente orrendo”, il suo comportamento è “nauseante”, non è dotato di “umanità”, “un presidente che arriva a definire la senatrice Kirsten Gillibrand una prostituta non è adatto nemmeno a pulire i bagni della biblioteca presidenziale di Barack Obama né di lucidare le scarpe di George W. Bush”.

 

La Gillibrand ha dedicato buona parte della sua carriera a battersi per la parità di genere e contro le violenze sulle donne, e qualche settimana fa aveva già creato non poche polemiche quando ha detto che se il caso Lewinsky fosse capitato oggi, Bill Clinton avrebbe dovuto dimettersi. Ma come, una clintoniana di ferro come la Gillibrand che accusa Bill? Lei ha un po’ ritrattato, ma è evidente che oggi le cose sono diverse rispetto alla fine degli anni Novanta, oggi il confine tra le avance e le molestie non c’è più, oggi c’è un desiderio collettivo e letale di regolare ogni conto, anche se sono trascorsi decenni dagli episodi denunciati, anche se passano per traumatici pure i tentativi di uomini goffi di strappare baci alle colleghe nei bar. La Gillibrand, che ha ambizioni più grandi del suo seggio di senatore e che nel Partito democratico a caccia di leader e identità ha buone probabilità di trovare uno spazio, ha compreso bene che la strada “Me Too” può farle conquistare consenso, anche perché ha dalla sua parte l’assenza di improvvisazione: s’è occupata delle donne e del loro benessere per tutta la vita, tra tutti lei forse appare come la meno opportunista (si sono comunque accodate anche altre, a partire dalla senatrice Elizabeth Warren, che gode pure lei di un nomignolo presidenziale, “Pocahontas”, e che si sta costruendo una carriera nazionale). Trump è poi un obiettivo piuttosto semplice, questo è il punto dirimente, alla fine: i giornali americani pubblicano elenchi di donne offese dal presidente, ce ne sono tantissime, ci sono “le chiacchiere da spogliatoio”, c’è una fama da predatore che lo stesso Trump, per vanità, s’è guardato bene dallo smentire. 

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