Un leader dell'opposizione in Venezuela ci racconta come è sfuggito al regime

Maurizio Stefanini

Roma. “Ci troviamo nella sede del Parlamento europeo per ricevere in nome di tutti i venezuelani che sono vittime della persecuzione politica il premio Sakharov”. Così su Twitter Antonio Ledezma ha annunciato che sarà lui, oggi a Strasburgo, a ritirare il premio conferito dall’Europarlamento per la libertà di pensiero e attribuito quest’anno all’opposizione contro il regime in Venezuela. Classe 1955, già deputato e vicepresidente del Senato, Ledezma è stato il sindaco di Caracas dal 2008 fino al 19 febbraio 2015, quando la polizia segreta del Sebin l’ha arrestato accusandolo di aver partecipato a un tentativo mai provato di colpo di stato. La sua prigionia, considerata ingiusta da tutti gli osservatori, ne ha fatto un simbolo dell’oppressione tirannica del regime venezuelano.

 

Dopo 1.002 giorni di detenzione, lo scorso 17 novembre Ledezma è fuggito dal carcere. In un’intervista con il Foglio, l’ex sindaco di Caracas racconta: “Mi sono assunto il rischio, dopo essere stato vittima di un atto ingiusto. Sono stati tre anni di sofferenza: stare chiuso tra quattro pareti, non poter svolgere il mio lavoro come sindaco, non poter adempiere alle mia obbligazioni con il popolo che mi aveva eletto”. Non ha ancora spiegato come ha fatto a fuggire. “Quando verrà il momento, rivelerò i dettagli”, promette. Si sa però che ad aiutarlo sono stati alcuni militari, il che ha dato inizio a una purga che è poi arrivata ai massimi ranghi del regime.

 

“Maduro è ogni giorno più debole e dunque dipende dai militari”, è l’analisi che Ledezma fa al Foglio. “Non governa con il popolo ma con le armi che i militari gli hanno dato. E’ poi evidente che in questo momento all’interno del chavismo è in corso una lotta fratricida. Basta vedere come si stanno colpendo gli uni con gli altri. Nel frattempo l’indagine dell’Osa (Organizzazione degli stati americani, ndr) e la denuncia del procuratore generale Luisa Ortega dimostrano i crimini di lesa umanità che sono stati commessi, e mettono a nudo il carattere dittatoriale del regime venezuelano”.

 

Maduro sostiene che il suo regime ha trovato nuova legittimazione con un’ampia vittoria in elezioni municipali largamente boicottate dall’opposizione. Per Ledezma si tratta di “un evento nullo, convocato da un’Assemblea costituente illegittima, organizzato da un regime fraudolento, in un territorio sotto occupazione militare”. Maduro ha anche minacciato di mettere fuori legge i partiti che hanno predicato il boicottaggio – dunque tutta l’opposizione –, ma nel contempo per venerdì è convocata una nuova ronda di negoziati tra governo e la coalizione dell’opposizione anti Maduro, la Mud, sotto mediazione internazionale.

 

Ledezma, che prima faceva parte di questa coalizione, oggi ne contesta l’operato. “Non abbiamo mai detto che dialogare è sbagliato”, chiarisce. “Il problema è il modo in cui si dialoga. Bisogna avere garanzie sulla buona fede dell’interlocutore, e non cadere della trappola di un regime che approfitta del candore altrui per guadagnare tempo e radicarsi al potere, senza pensare alla tragedia umana in cui ha gettato un intero popolo”.

 

Quale dovrebbe essere allora la strategia dell’opposizione per venire fuori da questa situazione? “Prendere più forza all’interno del paese. Dimostrando agli stessi venezuelani che l’immensa maggioranza vuole un cambio di timone, un cambio di regime in Venezuela”.

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