La forsennata elezione in Alabama, fra MeToo e segregazione

Mattia Ferraresi

New York. L’ultima voce ad aggiungersi al coro che sostiene Doug Jones, candidato democratico per il Senato in Alabama, è stata quella di Barack Obama. Con un messaggio registrato recapitato agli elettori indecisi, l’ex presidente ha dato il suo contributo alla campagna per un’elezione suplettiva che è diventata sintesi e simbolo di tutte le battaglie culturali e politiche che lacerano il paese. Con il voto di oggi gli elettori dell’Alabama decidono molto più di un seggio al Senato. Il candidato repubblicano, Roy Moore, che ha sconfitto alle primarie un concorrente dell’establishment conservatore gradito anche a Donald Trump, è accusato di avere molestato diverse teenager quando era sulla trentina. Lui nega senza dubbio i racconti delle accusatrici che si sono fatte avanti, incoraggiate dall’ondata del movimento MeToo, parla di prove false costruite ad arte dai suoi avversari, ma la sua posizione è diventata insostenibile per molti anche fra i conservatori, incluso Richard Shelby, l’altro senatore dello stato. Shelby ha detto che non ha votato Moore, ma ha messo sulla scheda il nome di un altro repubblicano “autorevole”, e ha invitato i suoi concittadini a fare lo stesso: “Non potevo votare Moore”, ha spiegato.

  

Il Partito repubblicano formalmente appoggia Moore sulla base di un calcolo politico che anche Trump, che non è un fan naturale del candidato, ha esplicitato nel comizio della scorsa settimana in Florida: “Non possiamo permetterci di perdere un seggio in un Senato con una maggioranza tanto risicata. Abbiamo bisogno di qualcuno che voti la nostra agenda per Make America Great Again”. In questo strappo interno al confuso mondo conservatore s’è aperto lo spazio per l’inimmaginabile: la vittoria di un democratico in una inespugnabile roccaforte della destra. I sondaggisti sono presi in contropiede da questa situazione inedita, ci sono rilevazioni che danno Moore avanti di dieci punti e altri che danno il suo avversario in vantaggio con uno scarto simile, ma il trend generale dice che Jones ha qualche possibilità di spuntarla. La galassia coordinata dei democratici ha messo a punto un’iniziativa elettorale da diversi milioni di dollari per “get out the vote”. Gruppi e associazioni liberal si stanno muovendo in questi giorni per convincere i delusi e gli indecisi a votare per Jones, e si sono attivati decine di politici di sinistra che non c’entrano nulla con la politica locale, dal governatore del Massachusetts, Deval Patrick, al senatore del New Jersey Corey Booker. Segno che le conseguenze del voto di oggi sono molto più vaste del seggio che viene assegnato.

  

Jones, poi, non è un candidato qualunque. Si tratta di un procuratore che ha costruito una carriera portando in giudizio membri del Ku Klux Klan e altri gruppi nell’orbita della supremazia bianca, una specie di eroe locale dei diritti civili nello stato di Selma e Montgomery. Per sovrammercato, l’elezione suplettiva è stata indetta per colmare il vuoto lasciato da Jeff Sessions, ex senatore che Trump ha scelto come procuratore generale. Sessions è stato criticato duramente per le sue azioni da procuratore nell’ambito dei diritti civili, resi ancora più gravi da certi episodi che lo qualificano, agli occhi dei critici, come un razzista. Lui ha sempre negato ogni accusa, ma in questo clima è inevitabile leggere lo scontro fra Moore e Jones come una lotta fra un molestatore di minorenni e un mastino della supremazia bianca per prendere il posto del primo alleato di Trump in uno stato ferito da razzismo e segregazione. Una chimica politica esplosiva. Qualcuno dice che comunque vada la votazione di oggi, i democratici vinceranno comunque. Anche senza il seggio si troveranno con un nuovo idolo polemico da abbattere, che sarà necessariamente incalzato dalla commissione etica del Congresso, dove sono già caduti tre rappresentanti, colpiti da accuse assai meno gravi di quelle mosse a Moore.

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