Che sia una Brexit “liscia”, dice Theresa May

Paola Peduzzi

Milano. Vi ho dato una buona notizia, dovreste cercare di apprezzarla, ha detto lunedì Theresa May, premier britannico, ai Comuni: c’è stato un accordo venerdì sulla Brexit con gli europei, che alla fine di questa settimana dichiareranno che sono stati fatti “progressi sufficienti” e si passerà alla seconda fase del negoziato. Rallegratevi, insomma, poteva andare peggio. Ma i musi si allungano, e restano molti punti interrogativi. Ci sta svendendo, dicono i falchi della Brexit, che per la sufficienza europea non hanno mai avuto alcun rispetto, e che anzi sono per il “no deal”, vada come vada basta che nessuno ci dica mai più cosa dobbiamo fare.

 

Promette quel che non può mantenere, dicono gli anti Brexit che, a causa di Jeremy Corbyn, non possono affondare il coltello nelle giravolte della May: hanno cambiato posizione un po’ tutti, nel Regno Unito, senza mai confessarlo del tutto (tranne i blairiani che rivendicano il diritto a cambiare idea), e senza mai dire dove vogliono andare. La May nei cavilli di questo accordo rischia grossissimo, perché se prima si litigava sulle espressioni – transizione o implementazione? – ora i dettagli sono scritti su un documento che aspetta la firma ufficiale di 27 nazioni e poi svincolarsi non sarà affatto semplice.

 

Così si vive nella cosiddetta soft Brexit in attesa di una hard, che è stata spostata avanti nel tempo e che quindi potrebbe modificarsi, o ribaltarsi, o chissà che altro. Nell’immediato le parole d’ordine sono un’uscita “liscia e ordinata”, che tolga di torno l’incubo del “crash out”, dell’uscita brutale, poi nella fase due si vedrà. Ma ci sono talmente tanti non detti nella fase uno – dei vincoli molto forti – che è difficile immaginare una fase due che fili liscia, soprattutto quando molti non sanno ammettere che l’accordo con l’Ue è una buona notizia. 

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