Libertà glassata

Mattia Ferraresi

New York. Anthony Kennedy è un giudice della Corte suprema americana normalmente conteggiato nel novero dei conservatori, che sono al momento in maggioranza. Kennedy ha però dato prova negli anni di essere in linea con il pensiero liberal per quanto riguarda le questioni sociali ed etiche, con ragioni legali fondate innanzitutto sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, e il percorso del giudice è culminato naturalmente con l’opinione scritta nel caso Obergefell v. Hodges, che nel 2014 ha legalizzato il matrimonio gay. Ora la massima corte sta esaminando un caso collegato, quello di un pasticciere del Colorado di nome Jack Phillips, che, citando il suo credo cristiano, si è rifiutato di prestare il suo servizio professionale a una coppia gay che voleva una torta nuziale personalizzata. La commissione per i diritti civili del Colorado ha condannato Phillips, e il caso è arrivato fino alla Corte suprema, dove qualche giorno fa si è tenuto il dibattito. Dedurre l’esito di un caso da poco più di un’ora di aula è come prevedere il futuro leggendo le interiora degli animali, ma non potevano non saltare all’occhio le osservazioni di Kennedy, che in alcuni casi è sembrato prendere le difese della libertà del pasticciere: “La tolleranza è essenziale in una società libera. E la tolleranza ha senso soprattutto quando è reciproca. Mi sembra che nella sua decisione lo stato non sia stato né tollerante né rispettoso nei confronti delle convinzioni religiose del signor Phillips”. La Corte ha tempo fino a giugno per pronunciarsi, ma le parole di Kennedy hanno rinfocolato le speranze dei conservatori, che difendono il diritto di Phillips di non violare la propria coscienza nello svolgimento del suo lavoro.

   

Il caso del pasticciere del Colorado è più importante di molte delle vicende di cui Trump twitta a orari improbabili. La controversia racchiude il dibattito sulla libertà religiosa, che è il cuore del Primo emendamento, e ripropone ancora una volta il rapporto fra libertà e diritti. La libertà di religione del pasticciere deve prevalere sul diritto di celebrare le nozze di una coppia gay? Non mancano, in questo dibattito, le rappresentazioni distorte dei fatti in questione. Semplificando fino alla falsificazione, si è detto che Phillips si è rifiutato di vendere una torta nuziale a una coppia omosessuale, quando in realtà il pasticciere vende tranquillamente a chiunque le torte già confezionate o incluse nel catalogo. Charlie Craig e David Mullins hanno chiesto a Phillips qualcosa di diverso, cioè creare una torta personalizzata che attraverso simboli, colori e scritte sostenesse la causa del matrimonio omosessuale. Quando fa opere su commissione, Phillips si concepisce alla stregua di un artista della pasticceria, e in quanto tale pensa che nessuno, nemmeno un cliente pagante, abbia l’autorità per imporgli di mettere sui dolci messaggi che sono contrari alla sua fede. E’ un po’ come se un cliente commissionasse a un pittore musulmano un ritratto di Maometto.

  

Dove gli avvocati difensori di Phillips vedono lo spazio della libertà religiosa, un cardine della Costituzione americana, gli avversari vedono soltanto discriminazione. E’ inaccettabile, dicono, che un negoziante possa rifiutarsi di vendere un prodotto sulla base dell’orientamento sessuale di un cliente. Nel dibattito in aula i legali di Phillips hanno cercato di spiegare che non è l’identità di chi acquista il problema, ma il messaggio che Phillips sarebbe stato costretto a riportare sulla torta. Non hanno mancato di far notare alla massima Corte che la commissione per i diritti civili del Colorado ha dato ragione a tre pasticcieri omosessuali che si sono rifiutati di guarnire torte che contenevano messaggi favorevoli al matrimonio tradizionale.

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