Per May l'accordo sulla Brexit è un preludio ai disastri della "fase due"

David Carretta

Bruxelles. Quando si inizierà a discutere di periodo transitorio e relazioni future tra il Regno Unito e l’Unione europea, il premier britannico, Theresa May, dovrà subire altre umiliazioni dopo essere stata costretta a capitolare per strappare un accordo a Jean-Claude Juncker e passare alla seconda fase dei negoziati sulla Brexit. Le modalità con cui si è arrivati al compromesso di ieri (il volo notturno a Bruxelles per firmare prima del sorgere del sole e di imbarazzanti fughe di notizie) e il contenuto dell’accordo (tutte le linee rosse britanniche sono state violate) dimostrano quanto debole sia la posizione negoziale del Regno Unito. May aveva detto che l’uscita dall’Ue avrebbe liberato subito i tribunali britannici dalla Corte europea di giustizia, e invece i giudici di Lussemburgo continueranno ad avere giurisdizione per otto anni per tutelare i diritti dei cittadini Ue. May aveva annunciato che la Brexit avrebbe posto fine ai “grossi contributi” al bilancio comunitario, e invece il Regno Unito sarà obbligato a pagare una cifra tra i 40 miliardi (stima di Downing Street) e i 64 miliardi (stima di Bruxelles) di euro. May aveva promesso di uscire dal mercato interno e dall’Unione doganale, e invece per superare lo stallo irlandese è stata costretta a accettare la possibilità di una “Soft Brexit”: senza una soluzione condivisa con l’Ue per evitare il ritorno di una frontiera fisica tra Irlanda e Irlanda del nord, il Regno Unito nel suo insieme “manterrà il pieno allineamento con quelle regole del mercato interno e dell’Unione doganale”. Ma il peggio deve ancora venire. Durante il periodo transitorio Londra dovrà applicare la legislazione europea come uno stato membro, senza poter intervenire nel processo decisionale. “Il modello è il copia e incolla, molto simile a quello norvegese”, spiega al Foglio un alto funzionario Ue. 

   

“Separarsi è difficile. Ma separarsi e costruire una nuova relazione è molto più difficile”, ha ricordato il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, a proposito dell’accordo di ieri e quelli ancora da negoziare per il dopo Brexit. Gli ambasciatori dell’Ue a 27 ieri sera hanno iniziato a discutere le linee guida per la seconda fase dei negoziati su periodo transitorio e relazione futura, che dovrebbero essere adottate dai capi di stato e di governo nel Vertice del 15 dicembre. La bozza invia due messaggi, a cominciare dal periodo transitorio. “Per due anni il mondo continuerà come oggi, ma il Regno Unito non sarà più parte delle istituzioni Ue”, dice l’alto funzionario. Fuori dal Consiglio, dall’Europarlamento, dalla Commissione e dalla Corte di giustizia, il Regno Unito dovrà applicare tutto l’acquis comunitario (l’insieme delle norme Ue), anche quello introdotto dopo il 29 marzo 2019. I cittadini europei potranno continuare a trasferirsi liberamente nel Regno Unito. Il governo britannico raccoglierà i dazi per l’Ue alle dogane, mentre non potra far “entrare in vigore” accordi commerciali con paesi terzi. Il periodo transitorio ha un prezzo che si somma al “Brexit Bill”: Londra pagherà il suo contributo al bilancio comunitario “per intero”. Insomma, una volta fuori dall’Ue, “il Regno Unito dovrà comportarsi come se fosse membro”, sintetizza il funzionario. “L’accordo per il periodo di transizione è molto facile tecnicamente”, spiega al Foglio un altro diplomatico. “C’è solo da negoziare la durata”. Fortunatamente per May, l’inferno anti-sovranista del “modello copia incolla” non durerà per sempre. La bozza di linee guida prevede che il periodo transitorio sia “limitato nel tempo”.

  

Il secondo messaggio che invieranno i leader dell’Ue a May è la necessità di fare chiarezza su quel che vuole per le relazioni future. La bozza di linee guida prende nota dell’intenzione del Regno Unito di lasciare il mercato interno e l’unione doganale. Ma agli occhi dell’Ue “è abbastanza irresponsabile che il governo May non abbia avuto una discussione seria sulla destinazione finale della Brexit”, dice il diplomatico. Il problema non sono tanto i dazi che si possono azzerare in una notte, ma le barriere non tariffarie e la parità di condizioni. Come minimo, anche nell’ambito di un accordo di libero scambio, l’Ue vuole il rispetto “delle regole sugli aiuti di stato e sulla concorrenza”, spiega il diplomatico. Ma il rischio è che riesplodano i conflitti sull’Irlanda: “evitare la frontiera fisica e uscire dall’Unione doganale è incompatibile”. Secondo il diplomatico, nei negoziati Brexit l’Ue e May “sono arrivati al punto in cui le ambiguità non funzionano più” e “tutte le cose irriconciliabili verranno in superficie”. Compreso l’accordo di ieri.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.