Perché le fake news resistono alle smentite. La strategia della falsificazione di Trump

Mattia Ferraresi

New York. Lo special counsel Robert Mueller ha rimosso dalla squadra investigativa l’agente speciale Peter Strzok, colpevole di avere scambiato durante la campagna elettorale messaggi anti Trump e in favore di Hillary Clinton. Strzok è uno degli agenti più rispettati ed esperti dell’agenzia di controterrorismo, e ha avuto un ruolo importante nell’indagine sulle email di Hillary, conclusa senza alcuna imputazione. La circostanza non poteva sfuggire a Donald Trump, che si è avventato sulla notizia con la solita mitragliata di cinguettii: “Un agente dell’Fbi ha guidato l’indagine sulle email di Hillay. Ora tutto inizia ad avere un senso!” ha scritto, dopo aver bastonato l’ex direttore James Comey e aver decretato che “la reputazione dell’Fbi è a brandelli, la peggiore nella storia!”. Il modo in cui il presidente ha rimasticato la notizia e l’ha risputata, modificata, alla sua base urlante è da manuale: non si tratta in senso stretto di una fake news – Strzok ha mandato davvero quei messaggi, e per questo è stato davvero rimosso dal suo incarico – ma Trump usa il fatto circoscritto per provare il disastro generale dell’Fbi ed evocare lo spettro incombente del “deep state”, un presunto apparato interno che si muove in modo coordinato per distruggerlo. L’esagerazione del particolare è un classico della comunicazione trumpiana, e il presidente sa di poter contare su un apparato esterno di news a ciclo continuo – da Fox a Breitbart e giù fino ai canali torbidi in cui si propaga il verbo di Infowars – che amplificherà a dismisura il caso, presentando il bureau come un ricettacolo di ultrà del progressismo impegnati nella più grande caccia alle streghe della storia.

 

E’ l’ennesimo strappo nella goffa logica narrativa, intrisa di fake, contraddizioni e iperboli, che come un giocoliere ubriaco il presidente si sforza di portare avanti.

 

Un altro esempio della settimana scorsa è l’iraconda reazione alla conclusione del processo sull’omicidio di Kathryn Steinle. Il presidente non ha gradito affatto la sentenza della giuria popolare intorno a un caso che durante la campagna elettorale aveva trasformato in un simbolo anti immigrazione. L’uccisione di una ragazza poco più che trentenne mentre passeggiava su un molo di San Francisco per mano di un messicano senza documenti, varie volte rimpatriato e altrettante volte rientrato illegalmente negli Stati Uniti, era la storia ideale per rinfocolare paure e promuovere il muro. L’uomo era entrato in possesso di una pistola rubata a una guardia e aveva colpito la giovane. Anche i genitori di Kate, che non si sono mai coinvolti nella politicizzazione della tragedia, hanno ammesso loro malgrado che si trattava della “tempesta perfetta” per Trump. Giovedì scorso però Jose Ines Garcia Zarate è stato scagionato dall’accusa di omicidio, mentre è stato condannato per il possesso illegale di un’arma da fuoco. In tribunale aveva ammesso di avere accidentalmente esploso un colpo di pistole, e la giuria ha stabilito che il proiettile, che ha colpito la vittima di rimbalzo, non era intenzionalmente diretto a Kate. E ha detto anche che il suo status di clandestino non aveva nulla a che fare con l’accaduto. Trump ha parlato di un verdetto “disgraceful” e ha rincarato la dose: “Il killer di Kate Steinle è tornato indietro e poi di nuovo indietro attraverso il confine protetto in modo debole da Obama, ha commesso sempre crimini violenti, eppure questa cosa non è stata usata in tribunale. La sua proclamazione di innocenza è una totale falsificazione della giustizia. Costruiamo il muro!”.

 

Dai casi particolari si può dedurre un’infausta regola generale, la pietra angolare su cui Trump costruisce il suo edificio comunicativo, che si tratti dell’immigrazione o dell’inchiesta russa: le fake news sono sempre più forti delle smentite. Quando penetrano in un immaginario pronto ad accoglierle non c’è verso di sradicarle, anzi se aggredite si radicalizzano, danno origine a nuovi e più elaborati complotti per giustificare se stesse. In questo percorso di falsificazione “il presidente ha interiorizzato l’idea che possa dire qualunque cosa e rimanere impunito”, come ha scritto il Washington Post qualche giorno fa, citando una fonte della Casa Bianca.

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