Il dimezzato Tillerson è il testimone perfetto della strategia del disimpegno di Trump

Mattia Ferraresi

New York. Il Rex Tillerson che è stato accolto martedì con freddezza e imbarazzo dai ministri dell’Unione europea a Bruxelles non è soltanto il rappresentante di un’America in tensione con gli alleati dall’altra parte dell’Atlantico, ma è anche politicamente un morto vivente, e nessuno può dire se davvero sia un portavoce attendibile della politica estera della Casa Bianca. Donald Trump ha formalmente negato le voci che vogliono Tillerson, in eterno conflitto con il presidente, fuori da Foggy Bottom entro la fine dell’anno, e al suo posto il direttore della Cia, Mike Pompeo, che invece ha scalato la classifica del cuore di Trump, ma le divergenze sono parte di un romanzo politico noto. La famosa volta in cui lo ha definito in privato un “moron”, un coglione, ha segnato la fine di un rapporto che era cominciato con il piede sbagliato.

 

All’inizio della presidenza le cancellerie europee speravano che l’ex amministratore delegato di Exxon potesse diventare il contraltare diplomatico della retorica isolazionista di Trump, una specie di poliziotto buono in grado di garantire quella continuità che il presidente doveva negare a parole per ragioni elettorali. Trump però non contempla la logica del “team of rivals”, non tollera contraddittori e opinioni divergenti. Il segretario di stato è diventato così l’uomo più smentito dal presidente, e per non farsi mancare nulla a Bruxelles si è espresso favorevolmente all’accordo nucleare con l’Iran, che per Trump è semplicemente il “worst deal ever”. Federica Mogherini, capo della diplomazia europea in un funereo abito nero, “sarebbe stata più felice di andare dal dentista”, ha scritto Politico Europe, ma ha approfittato della dichiarazione accanto a Tillerson, senza domande, per castigare Washington sulla decisione, al momento congelata, di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme: la soluzione a due stati è la posizione dell’Unione europea, ha detto Mogherini, “e crediamo che ogni azione che possa mettere a repentaglio questa iniziativa vada assolutamente evitata. Dobbiamo trovare un nuovo modo, attraverso i negoziati, per risolvere lo status di Gerusalemme come futura capitale di entrambi gli stati, in modo che le aspirazioni di entrambi i popoli siano soddisfatte”. Dal canto suo, Tillerson ha ripetuto l’antifona dell’America First agli alleati riottosi: “Come tutte le buone relazioni, anche questa richiede particolare attenzione”.

 

La fine annunciata di Tillerson, segretario di stato sfiduciato da Trump

Entro il 2017 termina l'agonia dell'uomo più smentito dell'Amministrazione. Al suo posto Mike Pompeo, ora capo della Cia

  

L’Amministrazione Trump si è scontrata con la Germania di Angela Merkel sulla spesa militare, ha strigliato i membri della Nato sullo stesso tema, ha fatto imbufalire l’Unione europea abbandonando l’accordo di Parigi, si è attirata critiche da ogni dove per la decisione di “decertificare” l’accordo con l’Iran, e la missione europea del Tillerson dimezzato, che dopo aver incontrato i ministri della Nato a Bruxelles andrà a Vienna e infine a Parigi, è la rappresentazione dinamica dello snobismo transatlantico trumpiano.

 

Tillerson ha definito con un eufemismo le voci dell’imminente cacciata decisa dalla Casa Bianca (“a little criticism”), ma intanto il presidente ha voluto ricordare via Twitter chi comanda quando si tratta di tracciare le linee sulla politica estera e sul ruolo dell’America nel mondo: “Sono io che prendo le decisioni”. Il viaggio che certifica l’irrilevanza di Tillerson va letto in parallelo al dibattito in corso sulla National Security Strategy (Nss), il documento con cui l’Amministrazione periodicamente rimette nero su bianco i cardini della strategia americana sulla sicurezza nazionale. L’Amministrazione sta lavorando agli ultimi dettagli, e nelle prossime settimane presenterà un piano ispirato al “principled realism” che i funzionari della Casa Bianca descrivono come una decisa “correzione” delle posizioni tenute dall’America negli ultimi sedici anni. Si tratta, in sostanza, di calare il mantra dell’America First in una realtà segnata innanzitutto dalla debolezza dell’occidente sulla scena globale. Chi ha letto le bozze del documento, redatto dagli uomini del consiglio per la sicurezza nazionale e approvato nelle sue componenti essenziali da Trump, dal segretario della Difesa, Jim Mattis, da Tillerson e dal segretario del Tesoro, Steve Mnuchin, dice che sono stati ridotti al minimo i riferimenti agli ideali universali di cui l’America si è fatta carico negli ultimi decenni, mentre prevale una concezione minimalista dell’interesse e viene reinterpretata in senso isolazionista la dottrina reaganiana della “peace through”. Il consigliere per la sicurezza nazionale, H.R. McMaster, non ha mancato di sottolineare che nella nuova postura molto è richiesto agli alleati: “Un’alleanza in cui i membri condividono di più i pesi è più forte di un’alleanza che non lo fa”. Chi meglio del debolissimo Tillerson potrebbe esprimere il concetto?

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