In Yemen l’uccisione di Saleh mostra che l’azione anti Iran di Riad non sta andando affatto bene

Paola Peduzzi

Milano. Lunedì circolavano le immagini del cadavere di Ali Abdullah Saleh, ex presidente dello Yemen: nel filmato in stile Gheddafi, si vedono uno squarcio nel cranio e gli occhi ancora aperti – la pietà di richiuderli non ce l’ha più nessuno, in questo paese straziato dalla guerra, piegato dalla fame e da un’epidemia di colera. Da più parti è arrivata la conferma, Saleh è morto, è stato colto di sorpresa da un raid in casa sua, a Sana’a, un commando e delle esplosioni, è riuscito a scappare, è stato ucciso fuori l’uscio. “Le milizie del tradimento sono finite e il loro capo è stato ucciso”, dice il comunicato del ministero dell’Interno di Sana’a, controllato dalle milizie houthi, alleate dell’Iran. Il significato dell’uccisione di Saleh è chiaro: i tentativi dei sauditi, in asse con gli Stati Uniti, di contrastare l’avanzata – il consolidamento – delle forze iraniane in medio oriente non stanno andando bene. Saleh si è fidato del principe Mohammed bin Salman e ora è morto.

     
La guerra in Yemen è stata ricordata dall’ultima copertina dell’Economist: tra tutti i conflitti che cerchiamo di ignorare, quello yemenita è forse il più eclatante, e la crisi umanitaria del paese è la dimostrazione tragica della nostra distrazione. E sì che lì, da anni, non soltanto è in corso una carneficina – dal marzo del 2015 sono state uccise quasi 10 mila persone dai bombardamenti, 50 mila ferite, e l’emergenza per mancanza di cibo, in questo paese che conta 28 milioni di abitanti, è considerata dall’Onu la più grave del mondo – ma anche uno scontro che dovrebbe interessarci tutti, perché è quello che definirà il nuovo medio oriente: quello tra sauditi e iraniani. Saleh, chiamato “l’uomo che danzava sulle teste dei serpenti”, è la sintesi delle contraddizioni e della crudeltà di questo scontro, e la sua uccisione segna uno smacco enorme dei sauditi e un punto altrettanto enorme a favore dell’Iran.

  

Saleh ha preso il potere nella metà degli anni Novanta vincendo la guerra civile con le sue forze del nord, e nel 2012, in seguito alla primavera yemenita e alle pressioni dei paesi vicini (ha rischiato di morire in un attentato anche allora), ha lasciato formalmente la guida dello Yemen al suo vice, Abd Rabbo Mansour Hadi, ma di fatto ha continuato a gestire i rapporti con le potenze esterne, con l’obiettivo ultimo nemmeno troppo celato di riprendere il potere. Dopo aver per molti anni combattuto gli houthi, e dopo aver detto e ridetto che non avrebbe mai fatto un accordo con questa milizia armata dall’Iran, Saleh ha infine stretto un patto con gli houthi, che governano Sana’a – i bombardamenti della coalizione a guida saudita (partecipano Egitto, Marocco, Qatar, Giordania, Kuwait, Emirati e Bahrain) non sono riusciti a riconsegnarla alle forze di Hadi.

  

Il “modello Yemen”

Obama diceva che lo Yemen era l’esempio di come combattere lo Stato islamico. Risultato: Sana’a è sull’orlo della guerra civile, gli americani se ne sono andati. “Questa strategia di eliminare i terroristi e di aiutare gli alleati l’abbiamo già seguita con successo in Yemen”, diceva Obama.

 

Riad non ha mai visto con favore il patto di Saleh, e sfruttando la debolezza di quest’uomo per il potere non ha interrotto i contatti, nonostante il tradimento. Quando nell’agosto scorso il principe saudita bin Salman, “man on the news” ormai da mesi con la sua “rivoluzione” fatta di purghe interne e aperture esterne, ha incontrato il genero in chief di Trump, Jared Kushner, si è molto parlato di Yemen. Ora Kushner è entrato in un cono d’ombra, molti sostengono che potrebbe essere lui il primo a cadere nel Russiagate, soprattutto da quando l’ex consigliere Michael Flynn ha deciso di collaborare, ma da un anno è suo il ruolo di broker mediorientale. Nel colloquio con bin Salman, è emersa la volontà condivisa, saudita e statunitense, di fare un’azione definitiva in Yemen e di riprendere Sana’a. Le pressioni congiunte di Riad e Washington hanno fatto sì che venerdì scorso Saleh rompesse l’accordo con gli houthi, e mentre tutti gli analisti dicevano che la reazione sarebbe stata durissima, si sono iniziati a contare i cadaveri e i feriti nelle strade di Sana’a, “un picco tragico” ha detto la Cnn.

 

 
 

L’uccisione di Saleh è la reazione durissima dell’Iran. E non soltanto aggrava una crisi politica e umanitaria già spaventosa, ma segnala che i tentativi anti iraniani del principe saudita e degli americani (il capo della Cia, Mike Pompeo, ha scritto una lettera al generale iraniano Qassem Suleimani, che non l’ha nemmeno aperta: la lettera dice che se dovesse morire qualche soldato americano in Iraq, l’Iran sarà ritenuto responsabile). In Libano, che è un altro terreno di scontro tra Iran e Arabia Saudita, c’è stato un altro schiaffo al principe Bin Salman: il premier Hariri si è dimesso andando a Riad, ma una volta “liberato” è rientrato a Beirut ritirando le proprie dimissioni. In Yemen il regista scelto da bin Salman per infliggere un colpo decisivo all’Iran è ora cadavere.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.