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Charles Manson, l'enigma irrisolto del male sospeso fra follia e ideologia

La morte di un amorfo "It" della psicosi americana

Mattia Ferraresi

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ferraresi@ilfoglio.it

21 Novembre 2017 alle 06:24

Charles Manson, l'enigma irrisolto del male sospeso fra follia e ideologia

Charles Manson (foto LaPresse)

New York. I massacri istigati e commessi da Charles Manson e dalla sua Family hanno sempre avuto un posto d’onore nella galleria degli orrori americani, ma i decenni di indagini, processi, condanne, orripilanti ricostruzioni e radiografie letterarie e cinematografiche non sono riusciti ad afferrare chi fosse Manson, se cioè nella storia del male gli spetta la parte dello psicotico disturbato, del santone maligno o dell’incarnazione inevitabile di una cultura contiene germi distruttivi e sanguinari. Per alcuni della sua gang era il diavolo in persona, per altri era Gesù Cristo, per altri ancora un suprematista bianco, un ideologo di qualche specie a metà fra Hitler e la Summer of Love consumato fino alla follia da visioni paranoidi di un’apocalisse razziale chiamata “Helter Skelter”. Nella sua vicenda si mischiano in modo incomprensibile cultura hippie, esoterismo, ultraviolenza, pulsioni antiautoritarie e un ipnotico culto della personalità che hanno estratto Manson dalla cerchia dei killer criminali per metterlo nell’ampio faldone dell’american psycho. Era un burrascoso malvivente versato nell’arte della persuasione e del plagio, e in quegli anni psichedelici in cui tutte le celebrità cercavano in qualche angolo d’oriente il loro guru è riuscito in qualche modo a farsi largo nelle ville di Los Angeles. Dennis Wilson, il batterista dei Beach Boys, non lo ha scacciato quando è arrivato nel vialetto di casa con due autostoppiste mandate da Manson come esche, e lo ha trovato lì, disarmato, e questo sconosciuto ha preso a baciargli i piedi e ad adularlo. Lo ha accolto nella sua dimora, trasformata in una specie di villa di Hugh Hefner ante litteram, popolata dalle adepte di Manson, che nel frattempo registrava pessime canzoni assieme a Wilson e gli succhiava il conto in banca. E’ così, con l’arte della manipolazione, che ha avuto accesso alle magioni dove si sono consumate le stragi.

 

Nel 1970, pochi mesi dopo gli omicidi di Sharron Tate, la moglie di Roman Polanski incinta all’ottavo mese, e dei coniugi LaBianca, il New York Times proponeva l’altra versione della storia: forse Manson non era che un “relitto”, il fantasma di un’umanità la cui vita “è un monumento delle conseguenze dell’abbandono dei genitori e del fallimento del sistema carcerario”. Era in fondo il figlio negletto di una teenager, forse una prostituta, che ha abbandonato No Name Maddox, questo era il non-nome originale con cui è stato registrato in ospedale, prima di diventare, anni dopo, Charles Mills, a più riprese a una serie di parenti fra Ohio e Kentucky, e da lì è stato un piano inclinato verso orfanotrofi, collegi, riformatori e, appena passata la maggiore età, prigioni. La sua storia criminale è iniziata a quattordici anni con lo stupro di un compagno di stanza, minacciato con un rasoio. Ha evitato la sedia elettrica soltanto perché la California ha abolito la pena di morte poco dopo la condanna, e per dodici volte il tribunale gli ha negato la libertà condizionale. Si presentava con la sua iconica barba accanto agli avvocati, con la cicatrice a forma di croce in mezzo alle sopracciglia che nel tempo si è trasformata in una svastica.

 

Gli omicidi efferati, spesso eseguiti dai complici e dalle sue baccanti mentre lui vegliava da lontano sulla carneficina, sono rimasti negli annali per la ferocia, per le scritte sgrammaticate con il sangue sui muri, per lo scandalo indicibile di giovani donne che avevano lasciato le loro vite agiate per seguire un fanatico nel suo ranch californiano. I tratti assurdi, contraddittori della sua figura sono ben espressi in una delle massime che ha pronunciato al processo per spiegare il significato di “Helter Skelter”: “Se non riesci a vedere la confusione che s’abbatte rapidamente su di te, puoi chiamarla come vuoi”. Questo enigma della storia criminale americana è forse la personificazione di un male che, in senso stephenkingiano, è sempre un “it”, un pronome neutro che prende forma sulla base delle paure in cui si imbatte. Manson è morto a 83 anni nella notte fra domenica e lunedì, male come aveva vissuto.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    21 Novembre 2017 - 15:03

    La condanna a morte per Manson e la sua comunità sarebbe stata biblica soluzione anzi salomonica ,ma causa il preconcetto che un essere umano anche si macchia del più terribile dei delitti-quando compiendolo in realtà si spoglia della sua dignità di uomo - il mostro è trattato come un fighetto " Signor Manson quanto ha goduto massacrando tante persone?" .Il processo penale è un rito tribale anche se in certi tribunali si vedono toghe e financo parrucche.,ma il buco nero è l'illusione di ottenere il ripristino ( cercare sul dizionario il significato vero) quando l'ordine preesistente è impossibile ricostituirlo così è stata inventata la verità giudiziaria una stronzata molto umana che significa l'hanno fatta altri e la il tribunale ( la società) la copre. Fanfani fu lapidario da democristiano purosangue " Chi la fa la copra". Un vero uomo tra uomini e topi ,una affermazione degna della Bibbia ,quasi da annoverarlo tra i profeti. luigi de santis

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