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La crisi in Catalogna non finisce più, ma molti già rimpiangono che sia cominciata

I rimpianti di indipendentisti, ideologi e giornalisti pro indipendenza

7 Novembre 2017 alle 14:00

La crisi in Catalogna non finisce più, ma molti già rimpiangono che sia cominciata

Roma. La crisi dell’indipendentismo catalano è un crescendo in cui ogni nuova notizia sembra più preoccupante di quella del giorno prima, e in cui tutto sembra fatto apposta per radicalizzare l’una e l’altra posizione in campo, unionista e indipendentista. Dal primo di ottobre, giorno del referendum (ma prima ancora: dall’approvazione delle leggi indipendentiste a settembre) è stato un continuo susseguirsi di nuovi traumi e momenti drammatici. Le accuse sulle violenze della polizia ai seggi, il discorso durissimo del re, la dichiarazione d’indipendenza sospesa, la fuga delle imprese dalla Catalogna, gli eventi tormentosi che hanno portato alla dichiarazione d’indipendenza ufficiale, l’applicazione dell’articolo 155, l’arresto o la fuga del governo di Carles Puigdemont. A ogni nuovo passo di questo dramma in infiniti atti è diventato sempre più difficile per le due parti trovare una riconciliazione, e le elezioni del prossimo 21 dicembre sembrano fatte apposta per rialimentare lo stesso scontro: unionisti contro indipendentisti, ciascuno con circa il 50 per cento delle preferenze nei sondaggi, l’uno contro l’altro armati.

 

La gran concitazione lascia poco spazio per altri sentimenti che non siano l’agonismo continuo dell’opposizione, ma uno che piano piano ha iniziato a farsi strada, specie negli ultimi giorni, è il rimpianto. E’ facile trovare rimpianto tra i cittadini comuni, misto a stanchezza. Abbiamo parlato con molti spagnoli che dicono: che la Catalogna si stacchi pure, basta che finisca questa storia; allo stesso tempo, molti catalani sono delusi da un processo indipendentista che ha creato soltanto danni, almeno per ora. Abc, giornale di destra e fieramente anti indipendenza, è andato a parlare ieri con i vicini di casa di Carles Puigdemont a Girona, e alcuni di questi non sono stati molto empatici con il loro illustre concittadino: “Questa è una pagliacciata, una follia”, ha detto uno. “Hanno portato tutto alla massima tensione, e per cosa alla fine?”.

 

Più difficile, certo, è trovare rimpianto nella classe dirigente. Sia il campo unionista sia quello indipendentista hanno lanciato, in qualche momento del dramma dell’ultimo mese e mezzo, un proclama retorico del tipo: non saremmo mai voluti arrivare a questo punto, ma si trattava appunto di frasi di circostanza. Eppure qualche segnale c’è. Ieri il País ha raccolto espressioni di rimpianto e stanchezza tra i ranghi del campo indipendentista – non tra i leader, ma tra gli ideologi e gli opinionisti, tra quelli che, dagli schermi delle televisioni catalane, hanno convinto i cittadini che la secessione sarebbe stata un’ottima idea, una bella passeggiata. Toni Soler, direttore di “Polònia”, programma satirico in onda su Tv3, la televisione pubblica catalana, talentuosissimo e un bel po’ pro indipendenza, dice al País: “Ho sempre avuto chiaro che la dichiarazione di indipendenza sarebbe stata un punto di partenza e non di arrivo, sapevo che la strategia nazionalista era un bluff. Quello che non immaginavo era che non fosse stato previsto niente per quella notte e per i giorni seguenti”.

 

Anche da parte spagnola c’è molto da rimpiangere. Un rimorso di lunga data da parte del Partito popolare di Mariano Rajoy è certamente quello di aver lasciato che la questione catalana si gonfiasse fino a scoppiare in faccia a tutti gli spagnoli in maniera così violenta – non senza l’aiuto dello stesso Pp, che da un decennio pecca di poca flessibilità e scarsa propensione al dialogo. Ma, come riportano i giornali spagnoli, il più grande rimpianto per Rajoy allo stato attuale potrebbe essere l’aver forzato nuove elezioni in Catalogna per dicembre. Il premier, maestro nel timing politico, aveva concepito le urne come catarsi democratica della crisi indipendentista, che avrebbe approfittato della tranquillità portata dall’applicazione del 155 per dare alla Catalogna un nuovo governo non indipendentista con cui collaborare per riportare le cose alla normalità. Il piano era buono, l’applicazione del 155 è andata liscia, la Generalitat di Barcellona ha ripreso a funzionare senza che nessuno dei 200 mila funzionari governativi locali si sia ribellato al controllo diretto dei ministeri di Madrid. Ma poiché la crisi catalana deve essere un crescendo continuo, l’intervento arcinoto del giudiziario, tra arresti e mandati di cattura internazionali, ha aperto una nuova fase dello scontro e rinvigorito il fronte indipendentista. Adesso i partiti secessionisti divisi parlano di riunirsi, e Rajoy si prepara al rimpianto più grande di tutti: e se gli indipendentisti rivincono le elezioni?

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