Scaramucci ha portato a termine la sua missione. E Trump lo licenzia

Mattia Ferraresi

Il finanziere con gli occhiali a specchio è stato scaricato dopo aver svolto diligentemente il compito per cui era stato assunto: costringere alle dimissioni il capo di gabinetto, Reince Priebus, e con lui il portavoce, Sean Spicer

Il mandato di Anthony Scaramucci è durato dieci giorni. Sono cose che capitano nel regno del licenziatore in chief, Donald Trump. Ma la cacciata del capo della comunicazione della Casa Bianca non è come tutte le altre, perché il finanziere con gli occhiali a specchio che sembra uscito da una puntata dei Sopranos è stato scaricato dopo aver svolto diligentemente il compito per cui era stato assunto: costringere alle dimissioni il capo di gabinetto, Reince Priebus, e con lui il portavoce, Sean Spicer, rappresentanti del partito repubblicano che Trump aveva preso nella squadra per costruire un ponte con l’establishment. Il ponte ora è distrutto, e Scaramucci è l’esecutore materiale della demolizione. Finita l’opera, non c’era più bisogno di lui. Anzi, era necessario sbarazzarsi del sicario.

Ieri mattina il generale John Kelly è stato confermato come nuovo chief of staff del presidente. Poco dopo aver prestato il giuramento nello Studio Ovale ha convocato Scaramucci, il quale all’atto della nomina aveva ottenuto di “rispondere direttamente al presidente” – ovvero di aggirare l’autorità del capo di gabinetto, il grande filtro che regola l’accesso al comandante in capo – e gli ha intimato di andarsene. È difficile immaginare due personalità più lontane e incompatibili del marine Kelly e dello scugnizzo Scaramucci, ma evidentemente la manovra era stata concordata con Trump, che negli ultimi giorni ha sentito aumentare la pressione da parte di Ivanka e del genero Kushner per allontanare quello che era visto come un elemento di destabilizzazione all’interno della West Wing.

 

Anche Steven Bannon voleva la testa di Scaramucci, e le dichiarazioni spericolate rilasciate al New Yorker, con tanto di minacce di licenziare in tronco tutto il team della comunicazione per creare un regno di terrore contro i “leakers”, non hanno giovato alla sua causa. Ma forse dall’inizio la sua assunzione non era che una manovra calcolata per tagliare un paio di teste fondamentali nello staff senza sporcarsi troppo le mani, rimettendo il mandato di sistemare una Casa Bianca immersa in un caos primigenio nelle mani di Kelly, militare che ha visto livelli di confusione simili a quelli dell’Amministrazione nelle zone di guerra, dal Vietnam all’Afghanistan.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.