Sabrata, un anno dopo
Notizie sospette dalla città libica dove furono rapiti quattro tecnici italiani
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25 APR 17
Ultimo aggiornamento: 02:53 PM | 15 AUG 20

Ricordate la vicenda dei quattro tecnici italiani rapiti sulla costa della Libia nell’estate 2015? Si concluse nel marzo dell’anno scorso con la morte di due, Salvatore Failla e Fausto Piano, e la liberazione di altri due nella placida cittadina di Sabrata (centomila abitanti) – che non è mai stata coinvolta nei combattimenti furiosi che invece hanno insanguinato altre zone del paese africano. Due settimane prima di quell’epilogo amaro, un bombardamento americano a sorpresa contro una villetta aveva fatto saltare il coperchio del verminaio in città: quella era una base affollata da combattenti dello Stato islamico, che la usavano con discrezione anche per il viavai fino alla vicina Tunisia. A Tripoli intanto un prigioniero interrogato dalla sicurezza confessava che a Sabrata c’era anche un gruppo di sequestratori dello Stato islamico, dedito ai rapimenti di stranieri, guidato da un capo locale: Abu Maria al Dabbashi (il clan più potente lì è infatti quello dei Dabbashi). Sabrata era insomma infestata di terroristi, ma la cosa sembrava sfuggire all’attenzione delle autorità locali. I due italiani superstiti furono restituiti – dopo qualche lungaggine di troppo – e in città si scatenò una campagna anti Isis di qualche giorno. Giornalisti andarono, scrissero e tornarono. Ora, domenica sera una milizia ha ucciso a Sabrata proprio Abu Maria al Dabbashi, in macchina con un paio di tunisini. Era lui il capo dei rapitori, anche degli italiani? Come mai è morto nella città da dove in teoria sarebbe dovuto fuggire? La Libia è ambigua per definizione e c’è da comprendere le complessità locali, ma a volte questa ambiguità eccede.