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Le lacrime di Rohani per la morte del suo demiurgo-Rafsanjani

"Per gli elettori la sua scomparsa potrebbe avere un impatto simile alla sua esclusione dalle presidenziali del 2013”. La successione della Guida suprema

10 Gennaio 2017 alle 15:12

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Rohani ai funerali di Rafsanjani (foto LaPresse)

Roma. Dopo Ruhollah Khomeini nessuno ha saputo incarnare l’anima dell’Iran rivoluzionario meglio di Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, tantomeno la Guida suprema Ali Khamenei, che oggi proclamerà l’elogio funebre, forse augurandosi di seppellire insieme all’ottantaduenne ex amico anche le sue trame. C’era incredulità nell’aria domenica a Teheran mentre la Mercedes dei Rafsanjani lasciava l’ospedale, i sostenitori piangevano e filtravano voci di oscure manovre: “Ma come, stava benissimo! E’ uno strano infarto!”, dicevano in tanti su Bbc farsi, mentre una folla spaesata scendeva in strada a gridare “Hashemi! Hashemi! Condoglianze!”. Più che il dolore, la sua morte ha fatto scendere su Teheran una cappa di paura, ha scritto il Financial Times. Non perché il machiavellico ex presidente fosse amato, ma perché era un sopravvissuto, a ogni stagione politica era stato capace di reinventarsi da falco implacabile a conservatore pragmatico, da “millionaire mullah” (come titolò Forbes nel 2003) a padre nobile dei riformisti e il fatto che un funzionario del dipartimento di stato americano ieri abbia esteso le sue condoglianze al clan del kuseh, lo “squalo”, come era soprannominato, non è solo una conseguenza del deal, ma anche la riprova che aveva ragione Rafsanjani: i peccati scoloriscono – la corruzione, le purghe contro gli intellettuali, gli assassini mirati degli esuli iraniani, il coinvolgimento nell’attacco di Hezbollah contro l’Amia, un centro della comunità ebraica nella capitale argentina, le bombe contro le Khobar Towers in Arabia Saudita – e rimane il sorriso enigmatico su cui disegnare la speranza di un Iran normalizzato che insegue il modello cinese e può fare a meno dell’ortodossia.

“La rivoluzione sarà viva fino a che vivrà Rafsanjani”, disse di lui Khomeini ed era un’iperbole, ma pure il riconoscimento di un talento particolare, la capacità di annusare il vento e piegare i principi alla necessità del momento. Il maslahat, l’interesse superiore del regime, la Repubblica islamica che, in ultima istanza, deve prevalere persino sull’islam è il cardine del regime khomeinista e nessuno come Rafsanjani ha saputo sfruttare le ambivalenze che questo principio determina. Teheran non ha amicizie né inimicizie, solo interessi costanti, ripeteva lo squalo riuscendo a insinuare il sogno di un Iran più moderato e in qualche modo rimaneva sempre a galla. Pareva perduto nel 2000, già ai ferri corti con Khamenei, indebolito da una decade di espansione economica che aveva creato nuovi desideri che lui, simbolo della vecchia guardia, pareva incapace di rappresentare. Invece risorse alleandosi con Khatami. Sembrava finito nel 2005 dopo una tornata presidenziale in cui Rafsanjani girls in pattini a rotelle distribuivano stickers colorati con il suo nome, quell’anno la spuntò Mahmoud Ahmadinejad e rappresentava tutto quello che non era Rafsanjani: una persona modesta, senza quarti di nobiltà rivoluzionaria, un sempliciotto incapace di astuzie. Battuto, Rafsanjani si rialzò e si trasformò nella spina nel fianco del presidente-pasdaran fino all’exploit impensabile del 2009 in cui dal pulpito della preghiera del venerdì difese i manifestanti, lui che dei manifestanti era sempre stato la bestia nera.

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Mir Hossein Moussavi e Mehdi Karroubi sono agli arresti domiciliari, di Mohammed Khatami non si può pronunciare il nome in tv, ma Rafsanjani era riuscito a preservare il suo potere di persuasione, gonfiando le vele del nuovo Mr Moderation di Teheran, Hassan Rohani. Rohani era in lacrime domenica e i suoi nemici sono certi che la scomparsa del demiurgo non sia un buon viatico per la rielezione, ma è prematuro fare previsioni. Secondo l’influente professor Sadegh Zibakalam, vicino agli ambienti governativi, “la morte di Rafsanjani non è una catastrofe. Per gli elettori potrebbe avere un impatto simile alla sua esclusione dalle presidenziali del 2013”. Spingerli a consolidare il potere di Rohani e trasformare la legacy di Rafsanjani: da padrino della mafia del petrolio a capostipite dei “riformisti” nuova maniera. E tuttavia la partita più importante è quella della successione a Khamenei. Su Telegram, l’immagine più cliccata è una foto della Guida suprema reclinata in preghiera con l’ombra scura di Rafsanjani che si staglia sulla lunga veste chiara di Khamenei e la domanda che già tutti si fanno è se il futuro sarà tendenza-pasdaran o, attraverso alchimie per ora insondabili, ancora una volta tendenza-Rafsanjani. 

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