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I dirigenti di Podemos sfoderano i coltelli nelle lotte interne. Ricorda qualcosa?

Dopo mesi di manovre silenziose Errejón è uscito allo scoperto contro Iglesias. II breve scambio di parole e tweet ha scatenato una tempesta nel partito che sarà difficile da placare.

23 Settembre 2016 alle 11:49

I dirigenti di Podemos sfoderano i coltelli nelle lotte interne. Ricorda qualcosa?

Pablo Iglesias (a destra) e Iñigo Errejón (foto LaPresse)

Roma. La guerra interna che sta dilaniando Podemos ci ha messo mesi prima di uscire in superficie. Come ogni partito che ha la trasparenza tra gli elementi fondamentali del suo programma, anche il movimento degli antisistema spagnoli è straordinariamente opaco nelle sue meccaniche interne. I dirigenti sono irregimentati, diffidenti con i giornalisti, e la facciata popolare e alla mano mostrata dal leader Pablo Iglesias – che pure non arriva alla follia delle dirette streaming osannate o rinnegate a piacimento – non è che un paravento. La struttura interna del partito antitistema spagnolo è da mesi in stato di crisi, i giornali parlano di coltelli sguainati tra Iglesias e il suo numero due, Iñigo Errejón, e a dimostrare la veridicità dei retroscena, per una volta, c’è una concatenazione di dimissioni, licenziamenti e purghe che si sussegue almeno da marzo, con il clima interno che è andato peggiorando man mano dopo la forte delusione elettorale dello scorso giugno, di cui le correnti (“pablisti” ed “errejonisti”) si accusano a vicenda.

 

Ma fino a questa settimana la guerra interna che i giornali informati raccontavano come efferata non era mai davvero uscita dai retroscena, se non in scarse e secondarie occasioni. Anche nei momenti di maggiore attrito, Iglesias ed Errejón non hanno mai smesso di giurare eterna amicizia l’uno all’altro, si siedono vicini in Aula parlamentare e si scorticano le mani a forza di applausi quando l’altro parla. Poco importa che Errejón sia lo sponsor di una mozione tutta femminile alle primarie di novembre che dovranno rinnovare la cupola del partito locale di Madrid, e che secondo gli osservatori più attenti è il primo passo per scalzare Iglesias dal comando del partito (particolare gustoso è che le due leader della mozione sono l’una l’ex fidanzata di Iglesias e l’altra l’ex di Errejón, con la quale evidentemente i rapporti sono rimasti buoni). Poco importa che Iglesias manovri per serrare i ranghi dei suoi fedelissimi dagli attacchi ed epuri gli elementi non allineati del suo team, da ultimo, pochi giorni fa, la sua addetta stampa. Dall’esterno, l’immagine deve rimanere monolitica.

 

Così ha sorpreso, questa settimana, che dopo mesi di manovre silenziose Errejón sia uscito allo scoperto. Il numero due del partito propone da sempre un’idea gradualista e riformatrice di Podemos, aperta al dialogo con gli altri partiti e contraria alla linea della purezza a tutti i costi promossa dal leader. Per questo, quando Iglesias lo ha velatamente attaccato durante un discorso a La Coruña dicendo: “Quando smetteremo di fare paura smetteremo di avere senso come forza politica”, Errejón ha preso Twitter e ha risposto: “Ai potenti facciamo già paura, non è questo il punto. Il punto è sedurre la parte del nostro popolo che soffre ma che ancora non si fida di noi”. La risposta di Iglesias è stata tagliente: “Sì compagno, ma a giugno abbiamo smesso di sedurre un milione di persone”. Il riferimento è al recente flop elettorale, di cui evidentemente il leader Iglesias accusa la linea troppo flessibile del suo numero due.

 

Questo breve scambio di parole e tweet ha scatenato una tempesta nel partito che sarà difficile da placare, anche se la dirigenza ha cercato disperatamente di mantenere un’immagine unitaria. L’attuale numero tre di Podemos, Pablo Echenique, ha parlato del rischio della formazione di “bande” ma non ha specificato nomi. Solo Juan Carlos Monedero, cofondatore del partito ed elemento influentissimo all’interno della formazione pur non avendo nessun incarico ufficiale, in un’intervista ieri al País ha ammesso esplicitamente che la frattura c’è, e che è tanto “ideologica” quanto “di potere”, e ha riconosciuto che il risultato di queste guerre interne non fa che gonfiare la bolla populista: “E’ disonesto”, ha detto, “passare troppo tempo senza dire chiaro qual è il tuo progetto sull’Europa o per il paese”, secondo il principio per cui “meno posizioni prendiamo, maggiore è lo spettro sociale che raggiungiamo”. Un ritratto perfetto del populismo fatto da uno dei suoi ideologi, valido non solo per la Spagna.

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