Discorso del giudice della Corte suprema americana ai laureati: siate normali
Clarence Thomas contro la retorica eroica del campus: ha esortato i laureati dell’Hillsdale College ad affrontare nel modo giusto gli obblighi e le responsabilità a loro affidati per garantire la libertà e preservare le istituzioni. Ha parlato di patriottismo e dovere, citando anche la sua fede cattolica.

New York. Con l’eccezione di Barack Obama e del giudice Clarence Thomas, tutte le celebrità che hanno parlato ai laureati in questo fine settima di cappelli che volano in aria e discorsi edificanti si sono esercitati nel genere classico “stay hungry, stay foolish”. Puntate in alto, pensate in grande, coltivate sogni senza confini, non fatevi fermare da nulla, sia profeti di una nuova èra, fate ciò che amate e fatelo con passione e altri concetti fra la sessione di self-help e il comizio di Trump – i due generi sono intimamente connessi, anche se il legame a un primo sguardo può sfuggire – sono apparsi nelle prolusioni, quelle in cui di solito chi si discosta dal canovaccio del pensiero prevalente viene disinvitato, ché il sindacato studentesco della correttezza politica è in agitazione permanente. Da Lin Manuel Miranda a Sheryl Sandberg, gli invitati hanno rispettato scrupolosamente le regole d’ingaggio. Ma si diceva delle eccezioni. Obama ha usato il discorso alla Rutgers, nel New Jersey, per attaccare Trump e la vena anti intellettualista che ha disgraziatamente permesso la sua ascesa: “Non è cool non sapere di cosa parli”, “l’ignoranza non è una virtù”, ha detto il presidente, ed è almeno singolare prodursi in un’appassionata difesa del sapere teorico in un’università, dove l’uditorio è per ovvie ragioni già convinto. Sono gli incidenti di percorso dell’autoreferenzialità. A discostarsi davvero ci ha pensato invece Thomas, il giudice della Corte suprema che non parla mai durante i dibattiti in aula, e quando lo ha fatto è perché gli è scappato un insulto sulle scuole di legge.
Ai laureati dell’Hillsdale College ha consigliato di essere persone normali. “Resisto a quello che sembra diventato lo standard ai discorsi di fine anno: una generica lamentela per le ingiustizie della società e come minimo un’esortazione ai giovani laureati ad andare là fuori e risolvere il problema citato, o in alternativa a cambiare il mondo. Dato che sono stato dove voi siete oggi, so che è già abbastanza difficile risolvere i vostri problemi, figurarsi i problemi che sembrano non avere soluzione. Nell’affrontare nel modo giusto gli obblighi e le responsabilità che vi sono date, aiutate a garantire la libertà e a preservare le istituzioni”, ha detto Thomas, squarciando il cielo delle grandi e vacue promesse a cui la retorica da sermone laico ci ha abituati. Il giudice ha semplicemente invitato i ragazzi a non nascondere le loro convinzioni in un mondo “che è impazzito per la correttezza politica”, dove essere “normali” significa adeguarsi una mentalità prevalente in cui le “lamentele sono più importanti della condotta personale” e la continua, ossessiva richiesta di nuovi diritti ha cancellato le responsabilità dall’orizzonte dell’esperienza.
Per articolare questa worldview non c’è bisogno di essere linguisticamente scorretti nel senso in cui lo è un Trump, ché la scorrettezza non è appena la correttezza rovesciata, non è il crasso insulto offerto a chi discetta di “safe space”, “microaggressioni” e altre forme di introflessione fatte per sterilizzare e proteggere l’io interiore dal potere contundente della realtà. Piuttosto si tratta di offrire una via praticabile. L’accento messo sui doveri che ciascuno si trova ad affrontare, esibito davanti a una generazione che ricopre d’oro e adora come un idolo ogni diritto che s’affaccia sulla coscienza è il segno più rivoluzionario del discorso di Thomas, un tipo politicamente scorretto, ma per davvero.