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Il disarmo dell’Europa, Vichy e l’esodo dei 40mila ebrei

Intervista al grande storico francese Georges Bensoussan. “Gli islamisti alla Tariq Ramadan come Goebbels, cui la Repubblica di Weimar fornì le armi per la propria disfatta” – di Giulio Meotti

8 Maggio 2016 alle 06:18

Il disarmo dell’Europa, Vichy e l’esodo dei 40mila ebrei

Lo storico Georges Bensoussan (foto LaPresse)

"La controversia che mi ha coinvolto nello scorso autunno in Francia ha portato alla luce un gran numero di chiusure intellettuali che affliggono il mondo occidentale e, in particolare, la società francese”. Georges Bensoussan vìola così il lungo silenzio che si era autoimposto dopo la trasmissione “Repliques” andata in onda su France 2, in cui era ospite lo storico di origini marocchine, direttore editoriale del Mémorial de la Shoah e della Revue d’histoire de la Shoah, docente sorboniano, intellettuale della gauche (ha firmato l’appello della sinistra ebraica Jcall) e fra i massimi studiosi di antisemitismo (i suoi libri sono pubblicati in Italia da Einaudi). Alla radio quel giorno Bensoussan parla di fallimento dell’integrazione nella banlieu: “Non ci sarà alcuna integrazione fino a quando non saremo liberati da questo antisemitismo atavico”, dice. “Un sociologo algerino, Smaïn Laacher, con grande coraggio, ha detto che nelle famiglie arabe in Francia e in tutto il mondo, ma nessuno vuole dirlo, l’antisemitismo arriva con il latte materno”. Bensoussan, che sul fallimento dell’integrazione ha curato il libro “Les Territoires perdus de la République”, è subito travolto dalle accuse e dalle polemiche.

 

Il Movimento contro il razzismo e per l’amicizia fra i popoli, che ha già fatto processare Oriana Fallaci e Michel Houellebecq, chiede la sua testa al Memoriale dell’Olocausto, così come Libération invoca misure per punirlo: “Il Memoriale della Shoah, finanziato dallo stato repubblicano e partner della Pubblica Istruzione, che organizza molte gite scolastiche ad Auschwitz ogni anno nel quadro della prevenzione dell’antisemitismo e del razzismo, deve prendere pubblicamente le distanze dalle dichiarazioni del suo direttore editoriale”. Edwy Plenel e i giornalisti di Mediapart chiedono che venga interdetto anche dal Consiglio Superiore per gli Audiovisivi. “Che queste parole provengono da uno storico coinvolto nella missione educativa del Memorial è veramente sconcertante”, scrive il giornale telematico dell’ex direttore del Monde. Un contrappello a favore di Bensoussan è stato firmato da numerose personalità come la femminista Elisabeth Badinter, Bernard-Henri Lévy e il Gran Rabbino di Francia, Haim Corsia. Bensoussan nei giorni scorsi è stato a Roma, ospite del ministro della Cultura Dario Franceschini, per parlare di Shoah. E con il Foglio di quanto sta accadendo in Francia e in Europa.

 


Il Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini lo scorso 2 maggio ha incontrato Georges Bensoussan


 

“Si è detta e ripetuta, in tutti i modi, la celebre formula di Charles Péguy sulla necessità ‘di vedere ciò che vediamo’ – spiega Georges Bensoussan al Foglio – Il rifiuto di vedere e di chiamare col proprio nome la realtà caratterizza la migliore epoca di Vichy o un regime comunista, e così hanno rivendicato la mia esclusione dall’istituto nel quale lavoro. Colui che pensa male è trasformato in paria. Pensate: un ebreo sefardita che denuncia l’antisemitismo dei paesi dai quali proviene. Di cosa parla? E soprattutto, di cosa si impiccia? E’ vero che oggi le parole di Péguy sono più giustificate che mai, ma sono accecate, nello stesso tempo, dalla realtà, così spesso verificata, così che non si vede che ciò in cui si crede”.

 

Secondo Georges Bensoussan, oggi ci troviamo di fronte a tre tipi di antisemitismo. “Prima di tutto quello che esce dagli ambienti nazionalisti o dai milieux cattolici che è regredito, ma che non è sparito. Questo antisemitismo è stato incoraggiato dalla liberazione della parola ‘antisemita’ che imperversa da una ventina d’anni, uno sdoganamento portato soprattutto da alcuni ambienti dell’immigrazione musulmana, e, più specificatamente, dal Maghreb. Il secondo rifiuto viene dall’ultra sinistra che ha fatto del ‘palestinese’ la vittima, della quale la liberazione redentrice annuncerà finalmente un nuovo mondo. Il ‘palestinese’ ha preso il posto del contadino cinese delle comuni popolari, del Bo Doï vietnamita, del lavoratore cubano, del proletario russo. E’ il nuovo volto del messianismo rivoluzionario. Nel contesto occidentale, tuttavia, non si può non separare questa figura da quella delle radici cristiane della giudeofobia. E’ come se il ‘palestinese’ di oggi, vittima dei potenti, rimandasse a Gesù, quest’altro ‘palestinese’ che agonizza sulla Croce. Ne va delle immagini che ci strutturano al di là delle credenze proclamate, e questi schemi mentali sono ciò che rimane quando tutto il resto è sparito.

 

Si farebbe un torto anche a dimenticare quanto la giudeofobia affondi molte delle sue radici a sinistra, come hanno dimostrato numerosi storici, da Léon Poliakov a, in tempi più vicini, Michel Dreyfus. In Francia l’affaire Dreyfus finisce per squalificare l’antisemitismo di sinistra per molti decenni. Ma questa diga sta cedendo sotto il pretesto dell’‘antisionismo’ e della lotta contro la ‘finanza internazionale’. Rimane una terza figura, la più recente, ma anche la più potente, la più numerosa e la più minacciosa. E’ quella che uccide. Si tratta dell’antisemitismo arabo-musulmano che, in Francia, si concentra su una parte della popolazione di origine del Maghreb e talvolta di terza generazione. Guardate il profilo biografico dei terroristi francesi e belgi degli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi e del 22 marzo 2016 a Bruxelles. Agli inquisitori che sorvegliano tutti gli ‘amalgama’, si ripete qui che si tratta di una parte, anche se significativa, dei nostri compatrioti francesi. In questa ‘comunità’ molti lottano contro questa pericolosa passione, ed è per questo che qualsiasi sorta di amalgama sarebbe stupido e ingiusto. Penso, tra gli altri, al professore di filosofia Sofiane Zitouni e alle sue dispute col liceo Averroé di Lille, penso a Zohra Bittan, a Myriam Ibn Arabi, professore di inglese, e a molti altri ancora”.

 


Georges Bensoussan parla dell'antisemitismo islamico e di fallimento dell’integrazione nella banlieu (foto LaPresse)


 

Eppure, è come se l’antisemitismo islamico restasse tabù, come dimostra il suo caso. “Perché da decenni, in Francia, certi ambienti illuminati si ergono a polizia del pensiero? Perché si dimostrano incapaci di sentire che l’antisemitismo è una referenza culturale in numerose famiglie che provengono dal Maghreb, quando sono molti francesi di origine del Maghreb che lo dicono loro stessi per primi, a cominciare dal fratello di Merah, Abdelghani Merah? E il sociologo francese di origine algerina, Smaïn Laacher? La metafora del ‘latte materno’, della quale mi sono servito al microfono di France Culture nell’ottobre del 2015, è appunto un’immagine culturale. La confermo e la ribadisco qui ancora una volta. Perché la resa dei professori della virtù ‘antirazzista’ ha cercato di far passare questa immagine culturale, frequente nella letteratura francese, da Du Bellay fino a Victor Hugo, passando per George Sand, per razzismo? Ma, al di là di questo, perché il solo sentir parlare di questo antisemitismo arabo-musulmano è, per loro, così insopportabile da ascoltare? A tal punto che, alla fine, non è più l’antisemitismo che suscita lo scandalo, ma colui che lo denuncia. Ci viene obiettato il pericolo di ‘essenzializzazione’, la deriva degli ‘amalgami’, come se ci fosse un’essenza maghrebina del rifiuto antiebraico. Non è così, evidentemente. Ma l’esistenza di schemi culturali antiebraici nelle società arabo-berbere del Maghreb, certamente sì, e anche in quantità. Gli schemi culturali non sono né il sangue, né la razza, non sono una assegnazione definitiva nel momento della nascita”.

 

La stupidaggine accademica della quale la Francia è piena fa a pezzi, nello scorrere dei tempi, ciò che lei definisce “culturalismo”, cioè la storia culturale mascherata secondo lei in razzismo. “E’ come se la cultura rilevasse dall’intangibile (‘gli Arabi’, ‘gli Ebrei’ ecc.) un’essenza come la razza” prosegue Bensoussan. “Questo procura ciecamente un profitto immediato, l’essere certi di figurare nel campo del bene e della verità. Alcuni di questi censori sono degli universitari. Molti sono ossessionati dal declino della loro posizione, pieni del risentimento di coloro che non vengono consultati e che non si ascoltano più. Questo ambiente è anche noto per le gelosie feroci che lo attraversano. Partecipa del prêt-à-penser francese che ha imbavagliato qualsiasi altra parola. Sono queste le persone che mi hanno intentato il processo nello scorso mese di ottobre. Senza bisogno di far ricorso alla lettura di ‘Homo academicus’ di Pierre Bourdieu, il rancore e il dispetto di questi piccoli maestri spiegano molto della loro collera e dei loro colpi bassi.

 

A questo battaglione di persone amareggiate che difendono il loro piccolo orticello di ‘specialisti’, cioè di titolati di fronte alla gente comune, si aggiunge, alcune settimane dopo, l’ultra sinistra specializzata nella denuncia. E’ lei che fa partire una petizione di interdizione professionale sul blog di uno dei suoi membri. Alla fine, tra i quindici firmatari, l’israeliano Shlomo Sand, che ci si chiede cosa venga a fare in questa querelle tutta francese. Schemi di pensiero rigidi li portano a vedere il mondo come dovrebbe essere. Da qui questa compassione a flusso continuo come quella che si è esibita (era il suo scopo) in occasione della tragica morte del ragazzino siriano (Aylan) su una spiaggia turca nel settembre del 2015. Si assistette allora a un autentico diluvio di buoni sentimenti. E’ Dostojevski che scriveva che l’amore astratto dell’umanità altro non è che una forma di egoismo”. E’ nello stesso spirito che, all’inizio del 2015, dopo le stragi di gennaio a Parigi, un professore di storia e geografia dichiarava (per indignarsene) alla televisione francese che lei, nella sua lunga introduzione al libro “Territoires perdus de la République”, aveva utilizzato più di trenta volte il termine “maghrebino”.

 


La Grande Moschea di Parigi: “La Francia alloggia il 25 per cento dei musulmani europei. E’ da una parte di loro che viene l’antisemitismo che uccide”


 

“Forse è vero, non l’ho verificato. E si è appunto verificato che dal 2012 gli assassini si chiamano Merah, Nemmouche, Kouachi, Abbaoud, Abdelslqm, El Bakraoui, Réda Kriket. Mi sono forse inventato l’origine di questi uomini? La seconda dimensione di questo affaire sta nella impossibilità di pensare in termini politici. Queste persone non stanno dentro la morale che è etica di responsabilità, ma nel moralismo, sinonimo di etica di convinzione, quella nella quale non si paga in prima persona. Il manipolo di virtuosi che si è levato contro di me non conosce né la storia del Maghreb, né quella del mondo arabo (fatta eccezione per Alain Gresh, editorialista del Monde diplomatique). Tuttavia, sul soggetto specifico dell’antisemitismo del mondo maghrebino, adottano questo tono perentorio e definitivo tipico di coloro che occupano una posizione accademica prevalente (forti per la loro carriera e poco per le loro opere) mentre sono privi di qualsiasi competenza in materia. L’essenza del politico è il conflitto. Se si rifiuta di pensarlo, ci si condanna a mal comprendere il mondo e a passare di sconfitta in sconfitta. E’ la loro sorte”.

 

Lei fa riferimento alla sorte degli ebrei marocchini. “Una leggenda che oggi è ben presente vuole che loro abbiano sempre vissuto bene nel loro paese natale, che fu anche una delle più grandi comunità ebraiche in terra musulmana, qui al contempo araba e berbera. Gli storici, nella realtà della questione, sanno che la condizione ebraica in terra marocchina fu spesso difficile. Per capire, bisogna smetterla di tenere l’occhio puntato sulla realtà europea paragonando parola per parola, punto per punto, i pogrom in Ucraina e le violenze commesse nel Maghreb. Non si tratta né dello stesso substrato mentale (l’islam), né delle stesse condizioni storiche. Queste equiparazioni fanno pensare che esista una scala dell’orrore. Questo ragionamento impedisce di pensare alla natura politica di ciascuna situazione. In terra islamica, in particolare in Marocco e nello Yemen, due mondi nei quali l’influenza ottomana non è mai veramente penetrata, il soggetto ebreo è in una situazione di sottomissione. E questa ha, come corollario, il timore.

 


Un ragazzo ebreo indossa la kippah (foto LaPresse)


 

E’ necessario che ‘l’ebreo’ abbia paura, continuamente, e che questa paura si manifesti nel suo comportamento: parlare a bassa voce, guardare per terra, camminare senza scarpe fuori dal mellah, essere sempre vestito di nero. Queste misure, delle quali non diamo qui che un rapido cenno, non mirano a uccidere ‘l’ebreo’. E, d’altra parte, esse non vedono nella sua esistenza l’incarnazione del male come, per lungo tempo, ha insegnato la tradizione anti-ebraica del cristianesimo. Esse mirano a mantenerlo in una attitudine di umiliazione. Non si tratta dunque della stessa economia psichica che nel mondo cristiano, anche se, su uno stretto piano teologico, esistono dei collegamenti poiché il giudaismo rimane la religione matrice dalla quale sorge tutta la violenza del rapporto all’origine. Per secoli il mondo musulmano non ha visto, nell’‘ebreo’, il diavolo sceso in terra, o un suo rappresentante. Piuttosto vi ha visto un essere impuro e vile che ha tradito la parola dei profeti, del suo libro (egli rimane, per i musulmani, Ahl Al Kittab, il Popolo del libro) e il suo stesso messaggio. Nella lingua parlata, in Marocco, ad esempio, si dice di lui in ambiente popolare che è l’’essere della paura’, ma anche il ‘bambino della morte’. Nelle società maghrebine tradizionali il pronunciare la parola ‘ebreo’ è considerato come una sconcezza.

 

La si accompagna con l’espressione hashak, che possiamo tradurre con ‘perdonatemi’, o ‘scusatemi’, quasi come se la parola in sé fosse una impurità. E’ questa economia psichica che è il fondamento dell’antigiudaismo nel mondo arabo-musulmano. E’ su questa base che la nascita di Israele nel 1948 ha esacerbato la violenza del rifiuto degli ebrei fino a prendere oggi una dimensione demonologica, quasi genocidiaria. Questo perché nell’islam arabo rimane inconcepibile che gli ebrei possano beneficiare di un’autonomia politica, a fortiori, su una terra considerata come terra d’islam. Questo capovolgimento politico è assolutamente impensabile. Non sono dunque gli intrighi dello stato di Israele, la sua politica (compresa la presa di possesso di una parte delle terre palestinesi in Cisgiordania, ad esempio) a essere il cuore del problema. In tal caso, infatti, come si può spiegare l’odio del quale lo stato di Israele era fatto oggetto prima del 1967? La retorica attuale che cristallizza tutte le sventure del mondo nella ‘colonizzazione israeliana’ nasconde il fatto che la stato di Israele non fu mai accettato dal mondo arabo, questo almeno fino al trattato di pace israelo-egiziano del 1979. Anzi. Nonostante il riconoscimento diplomatico da parte di Egitto e Giordania, infatti, è il fatto israeliano a essere riconosciuto e non il suo diritto a esistere. E’ uno dei nodi gordiani della giudeofobia planetaria della quale la situazione francese è un’esemplificazione”.

 

Ogni giorno, da Parigi, ebrei lasciano la Repubblica alla volta di Israele. “La situazione degli ebrei della Francia è ben grave perché si tratta della più grande comunità d’Europa che si sta liquefacendo dolcemente con l’abbandono del paese senza far troppo rumore per recarsi in Israele o verso altre destinazioni,tra le quali gli Stati Uniti o il Canada”, prosegue Georges Bensoussan. “Perché la leggenda della convivialità senza nubi è tuttora mantenuta da un certo numero di ebrei marocchini? Perché la nostalgia del tempo perduto è avvolta da quella dei luoghi di altri tempi. Questo tempo antico, di una gioventù oramai ben lontana, è di questo, in realtà, che noi manteniamo il ricordo soleggiato e una nostalgia sognante. E questo tempo perduto che ha solamente il favore della nostra memoria, noi lo avvolgiamo con ciò che crediamo essere la nostalgia dei luoghi della nostra infanzia. A questo trompe l’oeil (inganno dell’occhio, ndr) della memoria aggiungete il semi-smacco dell’integrazione di una parte dell’immigrazione marocchina in Israele e la reale discriminazione della quale fu oggetto. Si poté perfino parlare di aperto razzismo di una parte della popolazione ashkenazita. L’immagine del ‘marocchino col coltello’, del delinquente, ha prevalso a lungo nella società israeliana. Restare attaccati alla nostalgia di un tempo felice nel quale ci si immagina di essere stati accettati. La ricostruzione mnemonica è rilassante. Il disprezzo rivolto alla cultura del mondo ebraico del Maghreb fu, per lungo tempo, una realtà israeliana, un disprezzo che riproduceva nello stesso modo lo sguardo portato dal mondo occidentale sul ‘Terzo mondo’ di allora”.

 


Ebrei osservanti (foto LaPresse)


 

Lei ha parlato recentemente su un giornale della comunità ebraica (Actualités juives) di una “marranizzazione” della vita ebraica in Francia. “Questo ha suscitato l’incomprensione in coloro che devono tutto alla ‘comunità’ e che, vedendola sfilacciarsi sanno che, con essa, perderanno una posizione sociale invidiabile che nessuno avrebbe potuto offrire loro altrove. La lucidità, talvolta, appare ben fragile quando si tratta di difendere il proprio stato sociale. 47 mila ebrei hanno abbandonato la Francia per Israele dal 2000. In questi ultimi tre anni, dal 2013 al 2015, quasi 20 mila ebrei di Francia sono partiti verso lo stato di Israele. Per la prima volta dalla fondazione dello stato ebraico nel 1948, la Francia è stata, per due anni consecutivi, il primo paese di origine degli immigranti. E tuttavia non si può parlare di un esodo di massa. Si tratta solo di un esodo diffuso, ma reale, al quale si aggiungono i flussi inquantificabili verso altri cieli. Le partenze sono probabilmente destinate a proseguire, ma la vita comunitaria continuerà. Rischia di rallentare. Soprattutto si assisterà a una ‘marranizzazione’ dei comportamenti, magari degli stati d’animo. L’ebraismo francese diventerà più discreto, proprio quello che sembrava fiammante negli anni Ottanta, circondato di solidarietà come in occasione della grande manifestazione di protesta contro la profanazione del cimitero ebraico di Carpentras nel 1990.

 

Questa solidarietà sembra essere svanita. Gli ebrei lo sanno o lo sentono. I segni di appartenenza rischiano di essere relegati nella sfera privata, in una discrezione imposta. Questo ritorno alla dolcezza, evidentemente simbolico, allo stato di dhimmi, ha per corollario ciò che sembrava ancora impensabile dieci anni or sono: la chiusura di classi di scuole ebraiche per mancanza di allievi, la chiusura di negozi kasher per mancanza di clienti”. Ma questa situazione ha il suo equivalente in altri paesi europei? “Almeno in Belgio, certamente. Perché la situazione della comunità ebraica di Francia si è degradata a tal punto? Tra l’altro perché la Francia alloggia il 25 per cento dei musulmani europei, cioè la più grande comunità arabo-musulmana d’Europa. Questo dimostra che, anche se il vecchio antisemitismo europeo è ben lungi dall’essere sparito, il pericolo principale viene da una parte delle sue popolazioni da poco europee. Con, alla radice di questo antigiudaismo, uno sfondo culturale esacerbato dalla nascita di Israele e l’interminabile conflitto che conosciamo. Questa situazione porta in sé la fine delle comunità ebraiche d’Europa”.

 

La Francia si agita per la richiesta della cittadinanza del più noto islamista: Tariq Ramadan. “La posizione comune tra la retorica di Tariq Ramadan (e dei Fratelli musulmani che egli rappresenta), e di una parte della sinistra, e, in particolare, dell’ultra sinistra europea, riproduce l’accoglienza fatta alla rivoluzione islamica in Iran nel 1979 quando essa visse colà la rivincita dei dominati, dei poveri e dei ‘dannati della terra’. L’ultra sinistra rimane prigioniera di un messianismo che è come una camicia di forza della comprensione. E’ questo che la spinge a vedere nell’islam di oggi la religione degli oppressi. Sul piano sociale, i Fratelli musulmani accreditano questa credenza, in particolare in Egitto dove hanno realizzato una politica sociale che rimedia alle ‘carenze’ dello stato. E così l’assimilazione diventa facile, ci si precipita dentro; consiste nel credere che il messianismo rivoluzionario di oggi passi attraverso l’islam. E questo vale non solo in seno alle società musulmane, ma nel cuore del mondo diviso dai rapporti nord-sud, dominanti-dominati. Questa visione semplicistica spinge una parte della sinistra a fraternizzare con gli elementi più reazionari ed i più lontani dal secolo dei Lumi. Tariq Ramadan ha annunciato la sua intenzione di chiedere la nazionalità francese. Questo uomo abile ha la perversione di chi sa appoggiarsi sulle debolezze delle democrazie. Egli è esperto nel mettere in luce le loro contraddizioni nel momento nel quale il Parlamento francese dibatte sulla questione della revoca della nazionalità. Ramadan ha cercato di intrappolare la democrazia francese. La sua richiesta della nazionalità francese era carica di una provocazione politica della stessa natura di quella usata e abusata dai nazisti contro la democrazia di Weimar. La mossa di Ramadan è la continuazione, in versione islamista, della tattica nazista degli anni 1930-1932 che Goebbels riassumeva spiegando che la repubblica di Weimar aveva fornito lei stessa le armi della propria disfatta. E’ quanto oggi succede di fronte a un’ideologia totalitaria che è, per definizione, seducente perché totalizzante. Cioè, è tranquillizzante dal momento che offre una risposta all’inquietudine. Di fronte a questa minaccia, la democrazia che riposa sul dibattito e il compromesso sembra male attrezzata. Bisogna dunque riflettere per trovare una risposta diversa”.

 


L’islamista Tariq Ramadan ha appena chiesto la nazionalità francese: “Ha cercato di intrappolare la democrazia. La sinistra vede oggi nell’islam la religione degli oppressi”


 

Dopo il 13 novembre 2015 la Francia si è ritrovata inebetita di fronte all’ampiezza e alla gratuità della carneficina. “Le manifestazioni di consenso e solidarietà che seguirono agli attentati del gennaio 2015 non furono all’ordine del giorno per delle ragioni logistiche, anche perché lo stato di emergenza le impediva. Tuttavia non credo che questa sia l’unica ragione. Una parte dell’opinione pubblica era disorientata di fronte a una realtà  che abbatteva i suoi schemi di pensiero. E, come spesso succede, per evitare di distruggere le abitudini intellettuali che coincidono con il racconto di una vita intera, si è tentati di gettare un velo su una realtà che disturba. Di coloro che fanno una diagnosi diversa si dirà che la loro analisi è marcata di ‘semplicismo’ e dai ‘cliché’. Questa parte dell’opinione pubblica è probabilmente minoritaria. Ma, parlando socialmente e mediaticamente, al contrario, essa è potente, dà il la, essa decreta, sempre in filigrana, ciò che bisogna pensare e dire in pubblico. Non è pronta a dire il vero, e, dal momento che rifiuta la guerra, ad esempio, giudica che non ci sia nessuna guerra. E’ per questa ragione che continua a parlare il linguaggio dell’eufemismo.

 

Alla violenza del 13 novembre 2015 a Parigi o a quella di Bruxelles nel marzo del 2016, lei risponde con delle formule del tipo: ‘Même pas peur’, ‘Tous en terrasse’, ‘Je suis Bruxelles’ o ‘Amis belges, nous vous aimons’. Questo atteggiamento compassionevole è patetico. Si situa agli antipodi di un pensiero politico, emana da una società edonistica che nega la realtà della guerra che le si fa, che le si muove contro. Vittima di un disarmo intellettuale e morale che sembra ben più temibile dell’impossibilità logistica di rispondere a un pugno di assassini determinati. E tuttavia io rimango convinto che questa smobilitazione intellettuale non è che la realtà di una parte del paese. Si tratta di quella frazione della classe mediatica e intellettuale che monopolizza i mezzi per essere ascoltati e che, al contrario dei suoi proclami di principio, detesta la libertà di espressione. Al di là dell’immagine convenuta di un paese abbattuto, esiste dunque un’altra Francia che è probabilmente maggioritaria. Essa ha coscienza del pericolo ed è pronta a battersi per difendere la civiltà nella quale è nata. Essa si mobilita per la ‘laicità’, parola ‘attrappe-tout’ che significa, nella realtà, una certa forma di società nata dalla cultura francese, dalla sua storia e, in particolare, dalla sua eredità, frutto della Rivoluzione e del secolo dei Lumi”. A quale scopo? “Promuovere la ragione critica, l’accantonamento del religioso nella sfera privata, la difesa dello spazio della donna nell’ambiente pubblico; infine, il rifiuto di un antisemitismo atavico. E’ questo che la parola ‘laicità’ significa. Va ben oltre la questione religiosa”.

 

Il mondo occidentale, e in particolare la Francia, possono forse rinnegare il multiculturalismo esaltato in questi ultimi quaranta anni? “Possono disconnettere il multiculturale dal multietnico e comprendere che si può integrare tutte le origini a due condizioni. Che ci sia il desiderio di integrazione, che non è l’assimilazione. Che ci sia la coscienza di un’eredità da difendere”. Di chi è la colpa? “Affermare che una parte delle élites francesi ha la sua parte di responsabilità in questo cedimento è forse dar prova di ‘populismo’? Cosa aveva fatto di diverso Marc Bloch ne ‘L’Étrange défaite’ nel 1941? Per delle ragioni ideologiche una parte delle élites di sinistra ha la sua parte di responsabilità, a fortiori se si pensa alle raccomandazioni di Terra Nova nel 2012 e al rapporto Tuot (2013) sulle ‘politiche di integrazione’. Per delle ragioni di classe ereditate dal trauma del maggio del 1968, una parte delle élites di destra porta la responsabilità condivisa del caos attuale.

 


La Grande Sinagoga di Parigi: “L’ebraismo diventerà più discreto, come i dhimmi. Gli ebrei sentono che la solidarietà francese è svanita”


 

Quando cito il maggio 1968, non faccio riferimento al movimento studentesco che fece da catalizzatore degli ‘avvenimenti’, ma allo sciopero generale iniziato il 13 maggio 1968. Sono quelle élites mescolate, énarques (ex allievi dell’Ena, ndr) del partito socialista e ‘benpensanti’ di sinistra che  frequentano i rappresentanti della grande borghesia francese che hanno difeso l’immigrazione di popolamento. Coniugata al compimento della forte crescita alla fine degli anni Sessanta, questa immigrazione di massa ha contribuito a spezzare il mondo del lavoro e del sindacalismo. Ha disorientato, socialmente e identitariamente, le classi popolari già colpite dalla disoccupazione. Queste élites hanno esaltato un multiculturalismo sinonimo, in questo quadro, di difesa del forte e di schiacciamento del debole. Circoli importanti della borghesia francese tradizionale, e in particolare il mondo del grande padronato, hanno difeso questo modello demografico (raggruppamento familiare, 1976) e sociale che significava parallelamente lo schiacciamento delle classi popolari. A contatto con una immigrazione culturalmente diversa, a volte addirittura ostile (come nel caso di una parte della immigrazione algerina, per ragioni storiche), le classi popolari furono quelle che ebbero da soffrire maggiormente del malessere identitario, di una ‘insicurezza culturale’  coniugata all’insicurezza della disoccupazione e della precarietà del lavoro. Mentre, di fronte, ci si abbandonava al ‘déni des cultures’ della quale parlava il sociologo Hugues Lagrange.

 

E’ questo mondo, quello degli operai e degli impiegati, che è stato confinato ai margini e condannato al silenzio. E’ questa ‘Francia periferica’, così denominata dal geografo Christopher Guilluy, una Francia popolare che nel passato votava in massa a sinistra e che oggi si ritrova, spesso, nel Front National. I responsabili di questa decadenza sono da ricercare in primo luogo nelle élites borghesi, finanziarie, accademiche e culturali, di sinistra come di destra, che hanno guidato il paese dopo la scossa del maggio 1968, che rimane una delle chiavi del dramma attuale. A questo proposito, la spaccatura sinistra-destra nel senso classico del termine sembra essere poco operativa: è la destra di Giscard, detta liberale, erede di Antoine Pinay del 1951, che impose nel 1976 il ricongiungimento familiare e il Collége unique. Da parte sua, la borghesia socialista del think tank Terra Nova ha esaltato il multiculturalismo pensando di trovare nelle città con forte immigrazione (o abitata da bambini immigrati) il nuovo bacino elettorale del partito socialista. Questi pseudo fratelli nemici hanno firmato insieme la disgrazia francese”.

 

(Ha collaborato Claudia Bourdin)

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