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Perché i problemi della democrazia in Sud America partono dal dialogo tra governo e opposizione

Secondo il segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani Luis Almagro il dopo Maduro potrebbe far migliorare la situazione in Venezuela. Le colpe del populismo e la necessità di un'integrazione economica.

16 Gennaio 2016 alle 06:23

Perché i problemi della democrazia in Sud America partono dal dialogo tra governo e opposizione

Nicolas Maduro (foto LaPresse)

La vittoria dell’opposizione in Venezuela non è bastata per far dimenticare al segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani Luis Almagro l’esperienza pluriennale del governo Maduro. Ma, parlando con il Foglio nell’occasione della conferenza “Eu Relations with Latin America: from Social Resiliance to Global Governance”, Almagro ha manifestato la sensazione che al di là delle intemperanze verbali, stia forse per iniziare quel dialogo “di cui tutti i venezuelani hanno oggi bisogno, per affrontare una crisi economica gravissima”.

 

Dopo aver criticato il modo in cui il governo stava gestendo la campagna elettorale ed aver ricevuto in risposta molti insulti, Almagro era tornato a inviare una lettera al presidente Nicolás Maduro, dopo che il Tribunale Supremo di Giustizia (Tsj), sotto stretto controllo chavista, aveva sospeso la proclamazione di tre deputati oppositori. Espediente per togliere alla Tavola dell’Unità Democratica (Mud) la maggioranza qualificata dei due terzi che le permetterebbe di destituire lo stesso Tsj, modificare la Costituzione, convocare referendum e indire addirittura l’elezione di una Costituente. “Tutto ciò che significhi impedire a un solo deputato di assumere il suo seggio è un colpo diretto alla volontà del popolo”, aveva denunciato. “L’azione di alterare la rappresentanza politica dopo un pronunciamento tanto chiaro del corpo elettorale si costituisce in un attentato, in cui le garanzie di giustizia sembrano sfumarsi”. Insomma, il Tsj “ha fatto retrocedere drammaticamente il diritto al secolo XIX”.

 

“Almagro ha una parzialità politica evidente che lo delegittima di fronte a qualsiasi attuazione”, gli ha risposto il capogruppo chavista Diosdado Cabello. “Almagro è pazzo, fa la figura del cretino. Ha perso la morale, la coscienza e la dignità”, ha aggiunto Pedero Carreño, altro pezzo grosso della “bancada” governativa. Il nuovo presidente dell’Assemblea Nazionale Henry Ramos Allup ha dunque fatto giurare i tre lo stesso, salvo poi sospenderli di nuovo dopo che il Tsj aveva minacciato di dichiarare illegittime tutte le votazioni dell’Assemblea Nazionale con i tre dentro. A quel punto, Maduro si è presentato all’Assemblea Nazionale per fare il suo discorso annuale di “Memoria y Cuenta”, riconoscendone la legittimità. “Tornerò ai concetti che ho già segnalato in comunicazioni anteriori al governo del Venezuela”, ci dice Almagro. “Il fondamento giuridico del perché abbiamo fatto quel che abbiamo fatto in questa forma è stata data nelle stesse comunicazioni. Non è necessario aggiungervi altro. Il passo indietro che ora ha fatto l’opposizione è un passo molto positivo. Sono gesti che sono eccellenti e che spero che siano costruttivi di un dialogo nazionale più ricco e più forte. Il passo indietro che hanno fatto questi tre deputati, e anche la decisione del presidente di presentarsi di fronte all’Assemblea Nazionale. Queste sono le cose che aprono il cammino a un vero funzionamento istituzionale della democrazia e veramente ci rallegriamo profondamente per queste azioni”.

 

In precedenza, parlando all’incontro  “Eu Relations with Latin America: from Social Resiliance to Global Governance” Almagro aveva ricordato che il problema di far dialogare governi e opposizioni non è solo del Venezuela, ma è un problema più generale della democrazia nell’area. Per questo aveva proposto la creazione di una “Scuola di Governo” dell’Osa, apposta per contribuire alla crescita di una cultura del dialogo. Ma la nuova fase segnata dai risultati elettorali in Argentina e Venezuela e dalla crescente difficoltà del governo di Dilma Rousseff in Brasile è stato il tema generale della conferenza: organizzata alla Farnesina da Ministero degli Esteri, Istituto Affari Internazionali, Institute for Securuty Studies dell’Unione Europea, Barcelona Centre for International Affairs e Istituto Italo-Latino Americano. “È iniziato un nuovo ciclo”, ha ricordato il sottosegretario Mario Giro. “Altre emergenze e urgenze non devono farci dimenticare l’America Latina”, ha spiegato l’Alto rappresentante dell'Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini. Nel corso di un dibattito durato un’intera giornata si è parlato del modo in cui l’evoluzione elettorale toglie apparentemente di mezzo alcuni ostacoli al dialogo tra America latina e Unione Europea; e di come però forse certi problemi potrebbero rimanere anche ora che alla Casa Rosada non c’è più Cristina Kirchner. Di come il populismo ha in larga parte fatto perdere l’occasione di un ciclo economico positivo ora al termine; di come tale populismo risponda d’altronde agli storici problemi di un’area geografica che storicamente ha la peggior distribuzione di reddito della terra; e di come però espandere uno stato non concepito come stato di diritto ma come stato patrimoniale non faccia che accrescere i problemi.

 

[**Video_box_2**]C’è in generale l’idea che l’interscambio con l’Europa sia di qualità migliore di quello con la Cina o gli Stati Uniti, ma l’Europa sia spesso svogliata, anche perché con l’estensione a 28 Paesi non è l’America latina la sua prospettiva strategica principale. C’è la constatazione che l’America latina ha moltiplicato le aree di integrazione politica, ma è avanzata poco nell’integrazione economica: “L’Unasur, l’Alba, la Celac, l’allargamento del Mercosur sono venute su impulso di Chávez, che però l’integrazione economica non la voleva”. C’è la riflessione sul fatto che si parli molto di relazione strategica tra Europa e America latina, senza però che si sia in fondo mai ben chiarito che cosa questo “strategico” significhi. Merita forse di venire segnalata l’analisi di Fernando Adolfo Iglesias, politologo e ex-deputato argentino, storico oppositore del kirchnerismo, e direttore della Cattedra Altiero Spinelli di Buenos Aires: “L’integrazione europea è iniziata attorno al carbone e all’acciaio, per togliere di mezzo quella che era stata la principale cause delle due guerre mondiali. Nell’America latina di oggi non c’è la minaccia di una guerra convenzionale, ma quella del crimine organizzato, che ogni anno provoca la morte di decine di migliaia di persone. Un’integrazione latino-americana dovrebbe probabilmente iniziare dalla creazione di una Corte Permanente Latinoamericana e Caraibica contro il crimine organizzato”.          

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