Bill Clinton e Donald Trump

Così Bill Clinton ha tirato dentro Donald

La cosa migliore che sia capitata di recente a Hillary Clinton è Donald Trump. Lo zampino dell’ex presidente nella follia candidato repubblicano.

New York. La cosa migliore che sia capitata di recente a Hillary Clinton è Donald Trump. Il carnascialesco magnate è un professionista dello scompiglio, occupa spazi vasti del dibattito, costringe gli alleati del Partito repubblicano a nascondersi dietro sacchi di sabbia per non diventare vittime collaterali della sua farsesca guerriglia. Nel dibattito elettorale di questa notte a Cleveland, il primo fra i candidati repubblicani, il problema per ogni candidato è come affrontare Trump. Probabilmente è anche il problema dello stesso Trump, che non sa bene se continuare a premere sull’acceleratore oppure cercare una credibile velocità di crociera per andare avanti nella campagna, ammesso che ne esista una. Il suo reality show è talmente rumoroso e invadente da aver distratto l’elettorato da qualunque altro problema, anche dalla magagna delle email di Hillary, improvvisamente arrivate all’attenzione degli agenti federali. Lei anela a un alleggerimento della pressione e dell’incessante scrutinio di ogni sua mossa, e Trump è una specie di mortaretto che costringe il pubblico a distogliere lo sguardo dal palcoscenico.

 

Il retroscenista collettivo ha gongolato leggendo sul Washington Post di una chiamata fra Bill Clinton e Donald Trump in maggio, quando il ciuffo più insolente d’America stava riflettendo sulla candidatura. Alcuni dell’entourage di Trump raccontano che la chiacchierata informale fra due vecchi conoscenti – le famiglie sono amiche da quando Trump era democratico, anzi un democratico ricco e prono ai finanziamenti elettorali – si è fatta interessante quando Trump ha introdotto il tema della candidatura. Quella vecchia volpe di Bill non si è lasciata sfuggire l’occasione di spiegare a Donald quanto sarebbe stato importante per la salute della democrazia in generale e del Partito repubblicano in particolare una sua discesa in campo. Il côté di Clinton, come da protocollo, nega che i due abbiamo parlato di politica. Quando si sentono solitamente parlano di golf, assicurano. Gli uomini di Trump, invece, ne sono certi: Clinton non lo ha esplicitamente incoraggiato a correre, ma ha ascoltato con interesse gli argomenti dell’amico e ha espresso parere positivo sul progetto di risvegliare la base repubblicana delusa dall’establishment e intorpidita da una serie di figuranti che approfittano della confusione per rosicchiare un pezzetto di fama. Le stesse fonti giurano che non era una chiamata come le altre. Hillary aveva annunciato la candidatura appena un mese prima, e sul fronte avversario si stava coagulando la line up di avversari sui quali prendere le misure. Il percorso a ostacoli delle primarie può snervare anche il candidato più roccioso e sbugiardare quello che si crede inevitabile, e una regola non scritta della politica americana dice che maggiore è il grado di confusione nelle primarie, più il vincitore arriva esausto. Rincorrere e rintuzzare le intemerate di Trump, poi, è un lavoro ad alto rischio, a casa Clinton lo sanno benissimo.

 

[**Video_box_2**]Non sapremo mai con certezza tono e dettagli della conversazione, ma a Bill non dev’essere dispiaciuto fare la parte del poliziotto buono incoraggiando almeno un po’ l’ennesima, incauta corsa presidenziale di Trump, lasciando a Hillary il ruolo del poliziotto cattivo. Il tono scherzoso quando parla del vecchio amico dura pochi secondi: “Finalmente un candidato i cui capelli ricevono più attenzione dei miei”, è la battuta preconfezionata che Hillary ripete a piacere, subito seguita da una potente avversativa: “Ma non c’è nulla di divertente nell’odio che riversa sugli immigrati e le loro famiglie, o quando insulta un vero eroe di guerra come John McCain”. A una comunità ispanica ha detto: “Ho soltanto una parola da dire a Trump: basta!”.  Ma in realtà non le dispiacerebbe affatto se Trump rimanesse in corsa ancora a lungo, continuando a costringere i suoi avversari più credibili – a partire da Jeb – a spendere energie su strategie di brevissimo termine per tenere a distanza il disturbatore, mentre perdono di vista l’orizzonte della campagna generale.