EDITORIALI
A un anno dal massacro, la comunità internazionale chiude gli occhi sul Sudan
Per l’Onu è un “genocidio” della popolazione non araba. Il conflitto è iniziato solo pochi mesi prima di quello a Gaza, ma la conta delle vittime non ha paragoni: oltre 200 mila morti in tre anni, 14 milioni di sfollati, 30 milioni di affamati. Ciononostante, resta una guerra lontana dai riflettori
28 OTT 26

(Foto Getty)
Un anno fa le immagini satellitari che mostravano le fosse comuni di El Fasher riprese dallo Spazio divennero l’istantanea di una guerra dimenticata, quella in Sudan. La capitale del Nord Darfur fu assediata per 18 mesi dalle Forze di supporto rapido (Rsf), un gruppo paramilitare che dall’aprile del 2023 contende il potere alle Forze armate sudanesi, comandante dal generale Abdel Fattah al Burhan. Quando le Rsf di Mohamed Hamdan Dagalo entrarono a El Fashir la conta dei morti fu impossibile. Si è andati avanti per stime, tutte raccapriccianti: oltre 2 mila morti nelle 24 ore successive all’irruzione dei ribelli, 6 mila nelle altre 48 ore, il 60 per cento della popolazione massacrato. Il resto fu lasciato alle testimonianze dei sopravvissuti: torture, mutilazioni, violenze sessuali. Per l’Onu fu un “genocidio” della popolazione non araba. Ciononostante, quella in Sudan resta una guerra lontana dai riflettori, incapace di polarizzare l’opinione pubblica come è successo in altri casi. Il conflitto iniziò solo pochi mesi prima di quello a Gaza, ma la conta delle vittime non ha paragoni nel mondo: oltre 200 mila morti in tre anni, 14 milioni di sfollati, 30 milioni di persone in grave insicurezza alimentare.
E si continua a morire – tre giorni fa ad al Dibab, nel Kordofan occidentale, 84 civili sono morti colpiti da un drone – mentre la diplomazia internazionale resta paralizzata. Il cosiddetto “Quad”, formato da Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, non ha mai avviato negoziati e a un anno di distanza, Dagalo non è stato interessato da nuove sanzioni nonostante i crimini commessi dai suoi combattenti. Il Global Security Services Group, la società con sede negli Emirati Arabi Uniti che ha ingaggiato i combattenti colombiani coinvolti nel massacro di El Fashir, non ha subìto sanzioni; né gli Emirati sono stati chiamati a rispondere del sostegno militare dato alle Rsf in violazione l’embargo sulle armi nel Darfur. In compenso, Abu Dhabi ha candidato una sua diplomatica, Lana Nusseibeh, come nuovo segretario generale dell’Onu. Nusseibeh ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento emiratino in Sudan.