Mantovano mette una pecetta per Ilva

La mediazione disperata del sottosegretario sull'acciaieria è una rottamazione del modello Urso. Dal quale purtroppo ha ereditato anche le stesse promesse irrealizzabili
8 SET 26
Ultimo aggiornamento: 18:01
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Foto ANSA

Stop momentaneo ai licenziamenti da parte delle ditte esterne dell’Ilva. Non grazie a Elly Schlein, che lo aveva gridato sui palchi pugliesi, ma al sottosegretario Alfredo Mantovano, che oggi ha convocato a Palazzo Chigi il tavolo promesso da Meloni dopo i fischi di Taranto. “C’era un clima di responsabilità da parte di tutte le istituzioni, per cui non ci siamo potuti sottrarre a questo richiamo del senso di responsabilità”, hanno commentato le associazioni datoriali che avevano inviato le lettere di licenziamento, annunciando la sospensione almeno fino all’udienza del Tribunale di Milano. Bomba sociale rimandata. L’iniziativa era stata soprattutto una messa in scena per pressare il governo, al pari di quella dei sindacati, che di fronte alla vertenza più grave del secolo non hanno scioperato: hanno fatto un “flash mob”.
Lo sanno tutti che la cassa integrazione non la toglierà nessuno fino alla pensione. “Il futuro dell’Ilva sarà in ogni caso legato al green e alla decarbonizzazione attraverso i forni elettrici alimentati a DRI”, ha detto Mantovano. Le stesse cose che Urso ripete a vuoto da quattro anni, senza trasformarle in fatti. Ora però i soldi degli aiuti di stato, non più ripetibili, sono finiti. Mantovano ha fissato al 15 ottobre il termine per le offerte finali, dopo due anni di rinvii e passi indietro comunicati come passi avanti. A quel punto si dovrebbe conoscere il piano industriale, occupazionale e finanziario della nuova Ilva. L’errore di Urso, spinto da Emiliano, è stato voler sostituire gli altoforni con forni elettrici e DRI, pretendendo un piano irrealizzabile da chiunque al mondo. E non lo possono realizzare ovviamente neanche gli acciaieri italiani, che non vogliono l’area a caldo e hanno presentato un’offerta di tutt’altra natura. Forse bisognerebbe guardare all’Europa: nel 2026 ArcelorMittal ha riavviato altoforni in Polonia e Francia e impianti in Spagna, mentre l’Italia spegne Taranto. Se non si vuole trasformare il siderurgico in un tavolo e l’acciaio in legno.