Matteo Salvini e il gioco delle tre pensioni

La manovra su Quota 100, Ape social e taglio degli assegni. L’impianto normativo che si desume in parte dal ddl di bilancio 2027 (e in parte dalle chiacchiere)
6 NOV 26
Ultimo aggiornamento: 11:11
Immagine di Matteo Salvini e il gioco delle tre pensioni

Foto ANSA

C’è una ragione particolare che induce il governo a danneggiare un buon numero di pensionati soltanto per fare piacere a Matteo Salvini nella sua illusione di “superare” la riforma Fornero? Sembrerebbe di sì; basta fare un po’ di conti. Mettiamo in fila l’impianto normativo che si desume in parte dal ddl di bilancio 2027 e in parte dalle chiacchiere.
Nel testo varato da Palazzo Chigi, si legge della costituzione di un fondo, le cui risorse sono destinate “al finanziamento di interventi, da adottare con successivo provvedimento legislativo, diretti a disciplinare misure di supporto in uscita dal mercato del lavoro, anche con riferimento a specifici soggetti in difficoltà e con eventuali misure in materia di ammortizzatori sociali”. Al fondo sono destinati 850 milioni di euro all’anno per tre anni (2027-2029) ovvero circa 2,5 miliardi complessivi. Fino a qui i fatti; poi bisogna accontentarsi del sentito dire. La misura sarebbe rivolta a istituire una nuova via di uscita anticipata, destinata a rinnovare i fasti di Quota 100, sia pure con diversi addendi ovvero 64 anni di età e 36 di anzianità, sottoponendo l’intero calcolo alle regole del contributivo.
Già questa rappresentazione del campo di intervento della nuova misura sembrerebbe andare ben oltre le finalità di tutela di soggetti in difficoltà e assumere un carattere di rilievo generale, come del resto vantano i suoi sostenitori. Ma se fosse confermata la funzione di supporto a difficoltà di natura occupazionale (si veda il riferimento agli ammortizzatori sociali) la nuova via d’uscita agirebbe sul medesimo percorso dell’Ape sociale (che sarebbe riconfermata), che tra i suoi limiti non prevede quello del ricalcolo contributivo.
C’è poi la questione della copertura finanziaria che viene attribuita a un’ulteriore manomissione della rivalutazione dei trattamenti pensionistici superiori a 2.500 euro lordi mensili, che subirebbero una rimodulazione delle aliquote fino al 32 per cento. Non sarebbe la prima volta che un governo fa cassa sulle pensioni tagliando l’incremento automatico derivante dall’adeguamento all’inflazione. Anzi, ogni esecutivo – con la lodevole eccezione del governo Draghi – nell’ultimo quarto di secolo si è ingegnato a trovare scalettature originali in senso orizzontale o verticale, spostando le aliquote come le pedine di una dama. La Corte costituzionale, investita del problema, ha consentito l’operazione in presenza di situazioni finanziarie molto gravi, pur sottolineando il carattere eccezionale del provvedimento. Poi, visto che i governi insistevano, la Consulta ha adottato un’altra linea: le risorse derivanti dalla rimodulazione della indicizzazione per i trattamenti pensionistici più elevati sarebbero dovuti rifluire all’interno del sistema per misure di equità.
E’ il caso che si prefigura nella manovra di bilancio? Alla vista dei numeri dei soggetti interessati si direbbe di no. In un’intervista il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon ha dichiarato che la nuova Quota 100 potrebbe interessare 60 mila lavorati all’anno. La manipolazione della rivalutazione secondo i criteri che vengono ipotizzati (coloro che percepiscono un assegno superiore a quattro volte il minimo) riguarderebbe più di 3,5 milioni sul totale di oltre 16 milioni di pensionati (titolari i primi di una spesa pari a 161 miliardi contro i 364 miliardi complessivi). Ma dei 68 miliardi di prelievo fiscale a carico dei pensionati (dati 2024 del casellario Inps), i percettori dei trattamenti superiori a 2.500 euro lordi mensili versano nel loro insieme 42 miliardi. L’aliquota Irpef media per costoro è infatti pari al 18,7 per cento, mentre sugli importi superiori va dal 22,1 al 40,2 per cento.
Pertanto, a meno che non vi sia l’intenzione di accantonare risorse in vista di una campagna di prepensionamenti (ma i requisiti della nuova Quota 100 sarebbero troppo elevati) con grandi numeri (come per il disastro dell’ex Ilva), è forte l’impressione che l’operazione nel suo insieme non sia né coerente né tanto meno utile; e che l’intervento sulle aliquote della rivalutazione serva, in realtà, per ridurre quella specifica spesa in vista dell’accelerazione dell’inflazione e dei suoi effetti sui conti pubblici.
Intanto, sembra che Salvini si sia accorto che gli stavano vendendo la Fontana di Trevi ed ha reagito a modo suo agitando altre e più consistenti pretese.