Economia
Strategia della pensione •
Taglio delle pensioni per pagare l’uscita anticipata. La miopia di Salvini
Il leader leghista e Durigon ne colpiscono 100 col taglio delle rivalutazioni per premiarne uno con l’uscita
30 OTT 26

Foto ANSA
Al Congresso della Lega, i governatori e settentrionali e quei militanti che rivendicano il ritorno del Carroccio a un ruolo di rappresentanza e di tutela degli interessi del Nord potevano disporre di un argomento formidabile per mettere in evidenza le contraddizioni delle scelte politiche generali della terribile coppia Salvini-Durigon rispetto al venir meno di quel ruolo sul quale erano basate le stesse fortune elettorali della Lega. Il tema era quello delle pensioni, lo spettro di Banquo che perseguita Salvini da quando non riesce a “superare” la riforma Fornero.
Per spiegare l’esigenza di nuove forma di flessibilità in uscita (anticipata), il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon ha recuperato gli argomenti che indussero il governo Conte I a varare – con il decreto n.4/2019 – Quota 100 e altre amenità che inflissero una ferita profonda nei conti pubblici senza peraltro realizzare gli obiettivi prefissati. Ad avvalersene, nel triennio di sperimentazione, fu un numero di lavoratori inferiore alla metà di quelli previsti e soprattutto – il dato è riconosciuto anche dai leghisti – non ci fu quel turnover tra anziani in uscita e giovani in entrata raccontato nella propaganda gialloverde dell’epoca.
Oggi, per di più, quella situazione è cambiata. L’allungamento della vita attiva in relazione alle dinamiche demografiche non è più soltanto un’esigenza per l’equilibrio finanziario del sistema, ma è sempre più una necessità del mercato del lavoro.
A parte l’aspetto contingente della crisi energetica (che rischia di divenire strutturale) le aziende – soprattutto al Nord – lamentano di non riuscire a soddisfare il fabbisogno di manodopera, non solo sul piano qualitativo, ma anche su quello del numero in conseguenza dei “buchi” che la denatalità ha prodotto nelle nuove coorti. Recentemente la Cgia di Mestre ha pubblicato delle stime riguardanti gli esodi nei prossimi anni in base ai settori economici: poco più di 1,6 milioni dipendenti privati, 768 mila dipendenti pubblici e 665 mila lavoratori autonomi per un’esigenza di sostituzione del 60 per cento nel Nord-ovest e del 56 per cento nel mitico Nord-est. Peraltro, il conto torna anche sul versante della spesa che, per effetto dello svuotamento del grande bacino dei baby boomer, dovrebbe aumentare di 2 punti di pil (dal 15,2 al 17,1 per cento) intorno al 2040.
In questo scenario, inventarsi una nuova Quota 100 (64 anni di età più 36 di contribuzione) è una misura insensata e tutto sommato inutile perché i soggetti che hanno davvero dei problemi di disagio lavorativo, di salute e familiari possono usufruire di una specifica forma di pensionamento fissata a 63 anni con 30 o 36 anni di versamenti a seconda dei casi, mentre i dati dimostrano che i baby boomer sono in grado di maturare livelli elevati di anzianità tale da consentire l’irrilevanza del requisito anagrafico a un’età media alla decorrenza di 61,4 anni nel 2026.
Le previsioni demografiche denunciano un crollo tra i 5 e i 6 milioni entro il 2050 della popolazione in età di lavoro e, di conseguenza, prevedono che la risposta più immediata non può che essere un maggiore apporto dell’immigrazione: alla faccia della dottrina della “remigrazione”, cara a Salvini (e al suo ex vicesegretario Vannacci) che intravvede nell’afflusso degli stranieri e non nelle mire imperialistiche di Putin, la vera minaccia per i nostri confini. Inoltre Salvini ancora una volta ha dimostrato di non avere ben chiare le regole del sistema pensionistico. Quando si vanta in conferenza stampa di aver “superato” la riforma Fornero riducendo il requisito anagrafico da 67 a 64 anni, non tiene conto del fatto che la nuova Quota 100 non riguarda il trattamento di vecchiaia ma quello anticipato, per cui viene richiesta un’anzianità di 36 anni, quando a 67 anni ne bastano 20.
E’ poi una scelta davvero iniqua quella di finanziare questa operazione con l’istituzione di un apposito fondo di circa 850 milioni di euro, il cui fabbisogno è tratto dall’ennesimo taglio della rivalutazione rispetto all’inflazione delle pensioni medio-alte. Alla faccia della tutela dei ceti medi: il grosso delle imposte (66,19 per cento) grava sui pensionati con redditi dai 29 mila euro in su e, ancora di più oltre i 35 mila euro, i quali versano il 49,7 per cento dell’Irpef rappresentando solo il 16,4 per cento del totale. Ciò significa che il taglio dell’Irpef sopra i 50 mila euro incluso nella manovra i pensionati se lo pagheranno in proprio, e ci rimetteranno pure qualcosa. Dove sta l’equità in questo scambio che risponde alla logica di punirne 100 (i pensionati con trattamenti medio-alti) per educarne uno (che cerca in tutti i modi di anticipare la pensione)?
