Economia
La misura •
Come ti spalmo il Superbonus. Meloni fa un altro scherzetto alle banche
La manovra diluisce su dieci anni l’ultima rata da 20,5 miliardi di crediti edilizi. Il governo migliora i conti, ma ristruttura un debito unilateralmente scaricando il costo sul settore finanziario. Brutto segnale
3 NOV 26

Il conto per il settore finanziario è più salato del previsto. Non solo perché il contributo richiesto alle banche in legge di Bilancio è di quasi 6 miliardi di euro, quindi al di sopra dei 5 miliardi indicati dal Dpb. Ma perché nel disegno di legge della manovra, il governo ha inserito una misura che costerà al settore finanziario almeno altri 2 miliardi.
Si tratta dell’art. 37, che, come ha segnalato il Sole 24 Ore, diluisce in dieci anni i crediti fiscali del Superbonus in scadenza l’anno prossimo. Questa legislatura, e quindi la politica di Bilancio del governo Meloni, è stata caratterizzata dalla progressiva scadenza delle rate dei bonus edilizi emessi nel triennio 2021-23. Considerando solo i crediti relativi al Superbonus, il Tesoro ha dovuto compensare i crediti d’imposta per 17 miliardi nel 2023; 37,5 miliardi nel 2024; 38,5 miliardi nel 2025; 39 miliardi nel 2026 e 21,5 miliardi nel 2027. E’ a questa maxi rata finale che punta la legge di Bilancio, spalmandola su dieci anni. Dalla misura sono esclusi i contribuenti che, su base volontaria, avevano già scelto di diluire il credito d’imposta (che era di quattro o cinque rate) in dieci quote annuali, ma si tratta di una fetta minoritaria pari a 1 miliardo. I restanti 20,5 miliardi, in mano a banche, assicurazioni e operatori finanziari (ma in parte detenuti anche da imprese e multiutility), invece, non vengono rimborsati nel 2027 come previsto, ma in rate da 2 miliardi all’anno, prolungando i pagamenti fino al 2036.
Lo spalma-Superbonus ha un impatto positivo sui saldi di finanza pubblica, che però la relazione tecnica non quantifica. Non c’è un effetto diretto sul deficit, dato che questi crediti sono stati registrati nella contabilità del 2023. C’è però un effetto indiretto sul deficit 2027, dovuto alla mancata emissione di circa 18 miliardi di titoli di stato in una fase molto tesa del mercato che, con un costo medio del debito di circa il 3,2 per cento, vuol dire 550-600 milioni di minore spesa per interessi. Poca roba, anche se abbiamo recentemente visto come somme di questa entità possano essere determinanti per stare sopra o sotto la mitica soglia del tre per cento di deficit. Più visibile, invece, è l’impatto sul debito pubblico: lo spalma-Superbonus ridurrà di circa 0,8 punti il rapporto debito-pil nel 2027, per poi farlo aumentare di meno di un decimale nei nove anni successivi.
Ben più sostanziali sono le conseguenze sui bilanci delle banche. Considerando un’inflazione del due per cento (quindi inferiore a quella attuale), alla fine del decennio i detentori di questi crediti fiscali subiranno un taglio del dieci per cento del loro valore attuale. Si tratta di una misura più pesante di molte altre presenti nel pacchetto di tasse a carico del settore finanziario a cui si è prestata maggiore attenzione: l’addizionale Ires su banche e assicurazioni per il biennio 2027-28, ad esempio, vale 1,5 miliardi; mentre il differimento del recupero delle Dta vale circa 2 miliardi (in buona parte recuperati negli anni successivi).
Non si tratta della prima misura del genere. Già nel 2024 con il decreto che puntava ad arginare i bonus edilizi fuori controllo, il ministro Giancarlo Giorgetti impose la ripartizione in dieci quote annuali per le spese sostenute nel 2024. Ora la stessa logica viene estesa all’intero stock residuo di crediti edilizi. Se ne comprende la logica, in una fase così complicata. Ma quando un debitore allunga unilateralmente la scadenza di un debito, senza peraltro prevedere alcuna remunerazione aggiuntiva, ci troviamo di fronte a una ristrutturazione del debito. Tecnicamente: un default. Naturalmente i bonus edilizi sono una fetta minuscola e del tutto anomala del debito pubblico italiano e la decisione del governo non è dovuta a un’incapacità finanziaria di far fronte ai pagamenti. Ma venire meno agli obblighi contrattuali, soprattutto per un grande debitore come l’Italia, non è mai un bel segnale.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali
