Economia
asd •
Leonardo Del Vecchio vuole Delfin tutta per sé (e il magnate ceco pure)
La guerra per la cassaforte di Leonardo Del Vecchio si gioca tra debiti, ambizioni familiari e grandi manovre finanziarie. Leonardino vuole liquidare gli altri eredi, ma sulla Delfin incombe anche l’offerta del ceco Strnad: un altro pezzo del capitalismo italiano rischia di finire all’estero

Leonardo Del Vecchio - foto LaPresse
Leonardino non si ferma, anzi rilancia. O meglio il rilancio è la sua strategia: mettere tanta, forse troppa, legna affinché il fuoco non si spenga. Chi può spegnerlo è il debito. Ma la legna da quale bosco viene? Con una lettera a QN (i tre giornali già di Pesenti-Riffeser dei quali è editore) il più audace degli eredi Del Vecchio vuole acquistare subito tutte le azioni della Delfin in mano agli altri componenti della famiglia. “E’ la proposta più seria che abbia mai fatto”, sentenzia e sostiene di avere “la disponibilità di un primario istituto di credito internazionale a finanziare l’operazione”. Agli altri soci lascia poco tempo: “Incontriamoci entro il 7 novembre (cioè sabato prossimo, ndr.) tutti insieme o singolarmente”. Il finanziamento, di ben 22 miliardi di dollari, verrebbe niente meno che da Citigroup la più grande banca dell’Occidente.
Mentre scriviamo non sappiamo quale sarà la risposta degli altri sei (la mamma Nicoletta Zampillo dovrebbe essere d’accordo) e immaginiamo Romolo Bardin l’amministratore delegato della cassaforte indaffarato a capire che fare. E’ stato più facile con la penultima sortita di Leonardino, l’offerta per comprarsi il Fatto quotidiano, anche perché Marco Travaglio e i suoi soci hanno alzato il ponte levatoio. Vox populi del resto era che volesse prendere il giornale che gli aveva fatto i conti in tasca per addomesticarlo. La famiglia è divisa su come gestire la ricca quando pesante eredità di Leonardo senior. La madre si è schierata con Leonardino contro l’altro figlio Rocco Basilico che guida la resistenza. Ma anche questi in sostanza vuole la piena disponibilità della sua quota per sviluppare il proprio percorso finanziario.
Certo è che la Delfin ha bisogno di risolvere un impasse proprietario che dura di fatto dalla morte di Leonardo, più di quattro anni fa, e ha finito per influire anche sulla strategia e sugli stessi risultati. La principale partecipazione, il 32 per cento in EssilorLuxottica continua a fornire la maggior parte degli utili (capitalizza ben 86 miliardi di euro), ma in un anno il valore azionario del gruppo degli occhiali ha perduto il 41 per cento alla Borsa di Parigi. E la confusione interna alla Delfin è in parte causa di questa caduta. L’Economist di venerdì scorso registra il malumore tra i soci che finisce per ricadere anche sull’amministratore delegato, Francesco Milleri, già uomo di fiducia di Leonardo senior sfiduciato dallo junior che pure lo considerava un secondo padre. Il suo mandato scade ad aprile, il cda gli ha rinnovato fiducia, ma se non avrà più dietro le spalle la Delfin la sua posizione diventerà per forza di cose più debole.
Tensioni dinastiche a parte è la consistenza finanziaria di Leonardino a preoccupare. Lmdv ha partecipazioni in 22 società. Controlla il Quotidiano Nazionale (Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno) e ha il 30 per cento del Giornale. I conti 2025 della holding non sono disponibili. Il bilancio 2024 dichiarava un utile netto esiguo, appena 31.917 euro, un attivo di 516 milioni e 358 milioni di debiti, metà verso Del Vecchio stesso e metà con i creditori. Leonardino ha dichiarato un’esposizione complessiva di 950 milioni. Lmdv Media è in pegno alle banche.
Il futuro della cassaforte è insidiato non solo dall’interno, ma anche dall’esterno con la proposta lanciata dal magnate ceco Michal Strnad nuovo socio forte della Pirelli (ha acquistato il 14 per cento dai cinesi della Sinochem), che ha ereditato dal padre un gruppo degli armamenti (in Italia possiede anche la Fiocchi munizioni e la Perazzi fucili) che è tra i maggiori fornitori dell’Ucraina. Strnad ha offerto 30 miliardi di euro per il 100 per cento della Delfin anche se potrebbe accontentarsi del 65 per cento secondo alcune indiscrezioni. Un altro pezzo forte del capitalismo italiano cade in mani straniere? Se ci fosse ancora Enrico Cuccia avrebbe fatto in modo che la famiglia restasse proprietaria, cedendo a lui (o chi per lui) il controllo, modello Fiat. Se ci fosse il suo sodale André Meyer avrebbe creato un pool di banchieri d’affari magari con una spruzzatina governativa attraverso la Cdc (la Cdp francese) con alla guida un Bolloré o un Arnault. Aspettando Godot prepariamoci per la prossima puntata nel fine settimana.