Economia
Il male oscuro dei colossi industriali •
Dalla Fiat a Luxottica, come e perché crollano gli imperi
Dinastie che si estinguono, a partire dal caso Del Vecchio. In Italia in trent’anni sono scomparsi i protagonisti dell’auto, delle telecomunicazioni, del tessile… Siamo condannati al piccolo è bello?
5 SET 26

Foto LaPresse
Gianni Agnelli aveva un cruccio che lo ha accompagnato per tutta la seconda parte della sua vita: “Alla fine sarò ricordato come uno che ha venduto quel che mi ha lasciato il nonno”, confessava ai pochissimi intimi. Da quando nel 1966 aveva preso le redini dalle mani di Vittorio Valletta, salutato con tante grazie (al Professore, come lo chiamavano, si spezzò il cuore e morì un anno dopo), tentò più volte di maritare la Fiat. La prima con la Citroën, in pieno accordo con la famiglia Michelin che controllava quell’azienda molto chic; si mise di traverso Charles de Gaulle ancora scosso dal Maggio ‘68. Poi arrivarono la Ford nel 1985, quando la Fiat era al culmine del successo, e la General Motors nel 2000 quando s’avvicinava il collasso. Infine la Peugeot, ma ormai l’Avvocato non c’era più, al comando era giunta la quinta generazione guidata da un nipote che non si chiama Agnelli. La vicenda viene in mente ora che i Del Vecchio vogliono vendere, anche se sono solo la prima generazione. In realtà era stato lo stesso Leonardo a sistemare oltralpe la sua Luxottica, tuttavia in Essilux, società di diritto francese, le leve del comando sono per ora in mani italiane. Se la querelle tra gli otto eredi finisse con un liberi tutti, come sembra, sarebbe un clamoroso caso di estinzione prima del tempo.
Lo storico americano David S. Landes ha scritto che si può parlare di dinastia solo se una famiglia supera la terza generazione. Pochissimi in Italia ci sono riusciti, secondo il detto popolare che “la prima generazione crea, la seconda mantiene, la terza distrugge”. Se diamo uno sguardo a quel che è accaduto negli ultimi tre decenni, non possiamo non restare colpiti. Tutte le grandi imprese private sono cadute o sono state vendute. In trent’anni sono scomparsi i protagonisti dell’auto, della chimica, dell’acciaio, del tessile, del petrolio, del cemento, delle telecomunicazioni, dell’elettronica di consumo, degli elettrodomestici. Nello stivale domina il piccolo è bello, gli italiani non reggono l’industria su vasta scala, tanto meno se multinazionale? C’è della verità in questo luogo comune, tuttavia nel secolo scorso non è stato così. La Fiat a metà degli anni ‘80 aveva superato la Volkswagen. La Olivetti ha inventato il primo personal computer, però l’ha subito mollato. La Montecatini ha introdotto la plastica negli usi quotidiani. Pirelli era tra le prime in assoluto nella gomma. Ferruzzi influenzava il mercato mondiale dei cereali. Merloni introduceva nuove lavatrici.
Le biblioteche sono zeppe di volumi sull’ascesa e la caduta dei grandi imperi, ma sono tutte storie politiche, da Edward Gibbon nel ’700 che ce l’aveva con il cristianesimo a Daron Acemoglu ai giorni nostri il quale se la prende con le istituzioni. Pochi hanno analizzato invece i destini degli imperi economici. Ogni vicenda è diversa anche perché diversi sono gli eroi e gli antieroi, eppure ci sono molti punti di contatto.
Il primo è la proprietà che diventa incerta quando si apre all’ingresso di nuovi capitali e di uomini ai quali viene affidata la gestione, ma soprattutto quando deve affrontare il passaggio a nuove generazioni. Il secondo è la hybris che riguarda sia il “padron delle ferriere” sia il manager. C’è poi la politica che nel caso italiano si intromette sempre; per tenerla buona gli industriali hanno comprato i giornali, ma non è mai bastato. Ultimo, certo non per importanza, è lo sviluppo tecnologico: quando sfugge di mano, quando è troppo avanti per le capacità dell’impresa di adattarsi, allora cominciano i guai.
Di generazione in generazione
Nella caduta dell’impero automobilistico italiano, il fattore dinastico ha svolto un ruolo particolarmente drammatico. Gianni era stato prescelto anche perché Umberto era troppo giovane e in casa vigeva la legge salica come nella monarchia sabauda: mai una donna al comando. L’Avvocato ha avuto un figlio che sembrava l’ultimo dei Buddenbrook, ben altre erano le sue passioni e con i genitori assenti, viveva praticamente con lo zio materno Nicola Caracciolo di Castagneto, detto “il principe verde” per il suo ecologismo e la battaglia contro il nucleare. Un’esistenza breve, inquieta e carica di dolore spinse Edoardo al suicidio nel 2000 quando aveva 46 anni. Con la figlia Margherita i rapporti famigliari erano persino peggiori (e lo sono rimasti). Sembrava che la sfortuna girasse a favore di Giovanni Alberto detto Giovannino, figlio di Umberto, un ragazzone che aveva in tutto e per tutto il physique du rôle, però venne stroncato dal cancro nel 1997 a soli 33 anni. In realtà, un’altra personalità avrebbe potuto guidare la famiglia: Susanna detta Suni, ma era appunto una donna.
L’Avvocato è morto nel 2003, un anno dopo se ne è andato anche il fratello e la Fiat era allo sbando. Scadeva il prestito concesso dalle banche che sarebbero diventate certamente azioniste con il 25 per cento, in casa il top manager Giuseppe Morchio ambiva a prendere il comando, fuori Roberto Colaninno (passato da Telecom alla Piaggio) studiava un colpo gobbo. John Jacob Elkann detto Jaki è sì un duro dietro quel suo viso da fanciullo, ma era ancora acerbo. In quel fatale 2005, è stata Suni a tirar fuori dal cappello Luca di Montezemolo mentre il fido consigliere Gianluigi Gabetti aveva in serbo Sergio Marchionne. Il resto è cronaca, anche giudiziaria. Il testamento dell’Avvocato viene contestato da Margherita che si schiera contro la memoria della madre e contro i figli avuti da Elkann per sostenere quelli con il nobile russo Serge de Pahlen. Una tragedia greca ambientata nel Canton Ticino.
A superare la terza generazione sono stati i Marzotto, ma anche il loro impero della lana si è dissolto quando una dinastia troppo larga ha perduto il senso dell’appartenenza e della missione. E pensare che Enrico Cuccia aveva già preparato una delle sue tortuose strategie per trasformare la storica famiglia che aveva cominciato a filare la lana a Valdagno nel 1836, nella versione italiana di LVMH. L’idea era fondere la Marzotto e la finanziaria Hpi, operazione chiamata anche Supergemina perché coinvolgeva la Gemina società finanziaria che faceva capo a Cesare Romiti e famiglia. L’azionariato sarebbe stato in mano ai “soliti noti”: Fiat, famiglie Marzotto (attenti al plurale), Mediobanca, Pesenti, il re del rame Orlando, Pirelli, Lucchini e non potevano mancare le Generali. Durò lo spazio di una primavera da marzo a maggio del 1997. Da allora tutto è precipitato. Cinque anni dopo la Hpi diventata Hdp ha venduto Valentino a Marzotto che controllava anche la tedesca Hugo Boss, ma i numerosi parenti hanno sfiduciato Pietro Marzotto che cercava di tenerli insieme. Luigi, Gaetano senior, Vittorio Emanuele, Gaetano junior, Pietro fino al bel Matteo: due secoli, sei generazioni, una dinastia finita in pezzi, “cose da operetta” aveva detto l’ultimo “sior conte” prima di morire nel 2018, inacidito dalle beghe tra sette fratelli e una miriade di cugini. Oggi chi fa vino, chi compra e vende case, chi è nel turismo (era loro la catena Jolly Hotel), la casa madre è stata acquisita da Antonio Favrin ex top manager del gruppo, a Valdagno è rimasto il ricordo del quartiere operaio, la città fabbrica o forse la fabbrica città. Si è dissolta anche la giovane dinastia Merloni, dilaniata dalle faide soprattutto dopo la morte di Vittorio nel 2016, e gli elettrodomestici sono finiti ai turchi passando per gli americani.
I Pirelli non hanno varcato la soglia delle tre generazioni, non direttamente. Giovanni Battista fonda nel 1872 la fabbrica di articoli in caucciù, diventa ricco con i cavi sottomarini, poi arrivano gli pneumatici a cavallo del ‘900 dove ha primeggiato fino al 1990 quando si arrende anche Leopoldo, il “capitalista gentiluomo”, sconfitto dal tentativo di acquisire la tedesca Continental. Il padre Alberto è stato una figura di primo piano, colto, elegante, aveva sdoganato nell’élite internazionale Benito Mussolini. Il suo primogenito, scrittore e partigiano antifascista, lascia le redini dell’azienda al fratello Leopoldo, un modernizzatore che cerca di riformare la Confindustria e rende il gruppo una vera multinazionale (negli anni ‘70 si fonde con la britannica Dunlop). La débacle tedesca lo spinge a lasciare le redini al genero Marco Tronchetti Provera che ha sposato in seconde nozze Cecilia. E con lui tutto cambia. Vende i cavi a una cordata di manager sostenuti da Goldman Sachs (oggi sono leader mondiali con la Prysmian), acquisisce Telecom Italia nel 2001 (lascia dopo quattro anni di contrasti industriali e ancor più politici), Pirelli si concentra sull’alta gamma e in quello stesso 2015 la maggioranza delle azioni passa alla cinese Sinochem. Tronchetti mantiene la gestione, un anno fa il governo italiano impone il golden power e i soci di Pechino fanno un passo indietro. La Pirelli c’è ancora, ma ormai lontana dai giganti come Michelin, Bridgestone, Goodyear e dai rampanti cinesi.
La parabola discendente della Olivetti comincia con la morte nel 1960 di Adriano figlio del fondatore Camillo. Seguono quasi vent’anni di occasioni mancate con un azionariato, costruito da Cuccia, composito (Mediobanca, Fiat, Pirelli, Imi, la Centrale finanziaria) quanto distratto, certo non disposto a investire i capitali necessari a sostenere la rivoluzione digitale. Nel 1978 arriva Carlo De Benedetti. Un uomo solo al comando sembra la soluzione migliore grazie alla “virile presenza dell’imprenditore” come dirà Bruno Visentini che aveva presieduto l’azienda. Solo che il vir non si accontenta, come vedremo. “Tutte le volte che gli furono proposte operazioni che l’avrebbero portato al vertice del potere prevalse la volontà di andare subito all’incasso”, ha scritto di lui il finanziere Francesco Micheli che gli è stato vicino.
L’albergo genealogico dei bergamaschi Pesenti risale al medioevo, ma la loro traversata dal primo al terzo capitalismo comincia ai primi del Novecento, quando nasce la Italcementi. Carlo (1907-1984) è stato un protagonista del secondo dopoguerra, produceva non solo cemento, ma auto con la Lancia, polizze con l’Unipol e la Ras, notizie con La Notte, grandi macchinari con la Franco Tosi; si è difeso da Michele Sindona e dagli Agnelli, non dalle legge bronzea del mercato. Il figlio Giampiero, sposato con Franca Natta figlia del chimico Giulio Natta premio Nobel nel 1963 per le scoperte nella tecnologia dei polimeri, è entrato nel “salotto buono” di Mediobanca dove ha svolto un ruolo significativo. Finché il suo erede Carlo nel 2016 non ha venduto il gruppo ai tedeschi della Heidelberg e dalla manifattura è passato alla finanza.
I Moratti, principi dell’oro nero (la regina è sempre stata l’Eni), sono usciti amaramente dal petrolio. Angelo (1909-1981) comincia a vendere lubrificanti a soli 16 anni e fino alla seconda guerra mondiale commercia in oli minerali. Nel 1946 capisce che la ricostruzione ha bisogno di benzina e l’Italia può diventare una gigantesca raffineria. In Sardegna, a Sarroch, nei pressi di Cagliari, apre il più grande impianto del Mediterraneo. Diventa una figura pubblica e popolare grazie ai successi dell’Inter allenata da Helenio Herrera. Insieme ad Agnelli compra il Corriere della Sera per aiutare la famiglia Crespi (storici cotonieri lombardi) poi vende nel 1976 a Rizzoli. Tra i suoi sei figli Bedy farà l’attrice, Massimo si appassiona all’Inter fino a perdersi e solo Gian Marco (sposato anche con Letizia Brichetto) segue la via del petrolio. Quando muore nel 2018 il gruppo già vacilla e sarà Massimo a vendere la società di famiglia, la Saras, nel 2024, alla olandese Vitol per 650 milioni di euro. Gli altri signori del petrolio, i genovesi Garrone, hanno ceduto ai russi di Lukoil la loro raffineria siciliana di Priolo e sono passati alle energie rinnovabili. Non ha superato la prima generazione Attilio Monti detto “artiglio”: nel 1979 ha venduto l’Eridania a Ferruzzi e il petrolio all’Eni, la sua unica erede Maria Luisa ha sposato Bruno Riffeser e alla sua morte il figlio Andrea ha preso le redini di un gruppo diviso tra attività finanziarie e giornali. Il Resto del Carlino, la Nazione, il Giorno, dopo che l’Eni lo ha venduto, sono oggi nel portafoglio di Leonardo Maria Del Vecchio.
Alessandro Benetton si è fatto le ossa in finanza, ma la sua ambizione è diventare la figura di riferimento di una famiglia che rischia di decomporsi già alla seconda generazione. Alessandro e Rocco sono i figli di Luciano; Barbara e Sabrina le figlie di Gilberto; Andrea, Christian e Leone gli eredi di Carlo, mentre Giuliana ha avuto Daniela, Franca, Paola, Carlo junior e stanno valutando se vendere o ridimensionare le loro quote. L’impero dei maglioncini colorati, insomma, cambierà ancora. Grazie a Gilberto, scomparso nel 2018 (lo stesso anno del fratello Carlo), il gruppo è passato dalla manifattura alle infrastrutture, mantiene le autostrade in Spagna, Francia e nelle Americhe, oltre ad aeroporti (Fiumicino il più importante), stazioni ferroviarie, Telepass, infrastrutture digitali, pacchetti azionari (come in Generali), Adesso cerca di rilanciare il tessile da dove tutto è partito. La holding di famiglia, Edizione, è in transizione non in declino.
Drammatica, invece, è la fine dell’impero di Serafino Ferruzzi, con la tragica sorte di Gardini e con la mesta estinzione del secondo gruppo industriale italiano, la Montedison. Ne parleremo. Mercante, agricoltore, industriale, uomo di borsa, Serafino è stato un protagonista del miracolo economico. I genitori erano contadini agricoltori che integravano il reddito con la vendita di cesti di giunco intrecciati a mano. Il figlio comincia come fattore dai marchesi Cavalli, ma quando la Montecatini cerca un rappresentante di fertilizzanti e prodotti chimici, coglie al volo l’occasione. La guerra spezza anche le sue aspirazioni e la svolta avviene nel 1948 con il mercato dei cereali. Il successo porta con sé il cemento, le fattorie in Sud America, lo zucchero, i giornali in società con Monti, infine la finanza. Muore per un incidente aereo nel 1979, ormai al vertice del capitalismo italiano. Tutte le proprietà erano intestate ai quattro figli: Idina, Franca, Arturo e Alessandra. Il maschio privilegiato con il 31 per cento, a ciascuna delle femmine il 23. Ma intanto era salito al vertice Raul Gardini, rampante marito della primogenita, al quale gli eredi Ferruzzi affidano il comando. Fino a che punto?
La sindrome di Icaro
Siamo a metà degli anni Ottanta, ricorda Sergio Cusani che ha lavorato a fianco di Gardini, Mediobanca preme affinché il gruppo Ferruzzi entri nel cosiddetto salotto buono, ma il Contadino, come lo chiamavano allora, compra a man bassa e conquista la Montedison. Per pagare l’operazione chiede 2.000 miliardi di lire alla Banca nazionale del lavoro guidata da Nerio Nesi, offrendo in pegno le azioni garantite dal patrimonio di Serafino Ferruzzi il quale aveva lasciato oltre 1.200 miliardi di lire in Lussemburgo. Nasce così il secondo conglomerato industriale italiano con ricavi per circa 20 mila miliardi di lire, 52 mila dipendenti e più di 200 stabilimenti in tutto il mondo. In parallelo, cresce anche l’indebitamento, un fardello presto insopportabile. Foschi presagi per l’operazione Enimont. Il piano era fondere la Montedison con le attività chimiche dell’Eni, attraverso una società paritetica (40 per cento ciascuno e 20 per cento al mercato). La chimica di base veniva già considerata un settore dal quale uscire e Gardini aveva pensato di puntare sui biocarburanti e la trasformazione delle eccedenze agricole. L’Eni a sua volta voleva concentrarsi su gas e petrolio. Un matrimonio di convenienza si trasforma in un braccio di ferro. Nel 1990 la Montedison vende tutto all’Eni per 2.805 miliardi di lire, un prezzo ritenuto esorbitante che nasconde una mega tangente da 150 miliardi. Scoppia lo scandalo che travolge tutti i protagonisti dell’affare. Gardini s’è ucciso tre giorni dopo il suicidio di Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni, perché non poteva sopportare la sconfitta del suo sogno di grandezza e la macchia sul proprio onore.
Il crac Ferruzzi trascina con sé l’intera Montedison, compreso il Messaggero venduto poi a Francesco Gaetano Caltagirone. Nata, con la regia di Mediobanca, nel 1966 dalla fusione della Montecatini con la Edison dopo la nazionalizzazione dell’energia elettrica, anche la storia del gruppo chimico s’incrocia con la hybris di manager pieni di visione e di ambizione, come Eugenio Cefis che dal vertice dell’Eni dove era arrivato dopo la morte di Enrico Mattei, scala la Montedison con i soldi dell’ente idrocarburi, è lui l’emblema della “razza padrona” raccontata da Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani. Quando nel 1977 lascia senza dare spiegazioni, Cuccia gli dirà: “E io pensavo che volesse fare il colpo di stato”. Al suo posto arriva Mario Schimberni; chiamato “l’omino in grigio”, si rivelerà degno dei lupi di Wall Street. Vuole emanciparsi da azionisti ingombranti e squattrinati, sfida il “sistema Agnelli”, s’impadronisce della compagnia di assicurazioni La Fondiaria, teorizza la public company, ma non si libera mai della politica: nel 1994 confermerà che la Montedison versava a Psi e Dc dai 400 ai 600 mila dollari l’anno. Craxi voleva di più, fino a un milione e 200 mila dollari.
C’entra eccome la politica nell’irresistibile ascesa e nella altrettanto ardita discesa di Carlo De Benedetti che nella sua vita ha comprato e venduto senza interruzione: la Fiat nel 1976 quando per 100 giorni era amministratore delegato, il Banco Ambrosiano con un vero mordi e fuggi, l’Olivetti, la Buitoni, Omnitel, La Repubblica, voleva acquisire la Société Générale de Belgique sfilandola all’establishment finanziario franco-belga ed è cominciato il tracollo. L’Ingegnere ha fatto l’industriale, anche con successo, alla Olivetti e nei telefonini, ha scritto Paolo Bricco in un suo documentatissimo libro, però la vocazione e l’istinto del finanziere lo hanno guidato e anche ingannato, come è successo con la politica. Si è presentato da capitalista duro e puro, ma aperto al Partito comunista. E non glielo hanno perdonato né la destra Dc né il Psi craxiano, mentre Agnelli non gli perdonava il tentativo di scalare addirittura la Fiat. Era quasi naturale che Berlusconi diventasse il suo nemico numero uno. Il Partito democratico del quale (così disse) aveva la tessera numero uno non è mai riuscito a difenderlo (e molti non hanno nemmeno voluto farlo).
Alla politica non si è sottratto nemmeno il Lord protettore delle grandi famiglie, Enrico Cuccia che a partire dagli anni ‘60 aveva trasformato Mediobanca nell’arma più efficace per difendere il capitalismo privato dalla espansione della mano pubblica. Anticomunista d’antan (anche se ha ammaliato Massimo D’Alema) e antisocialista (anche se ha chiesto aiuto a Bettino Craxi contro Prodi), il referente politico è sempre stato Ugo La Malfa, il leader repubblicano, influente, ma troppo piccolo. I suoi nemici principali si trovavano nella Dc, anche su sponde opposte come Amintore Fanfani (legatissimo a Cefis) e Giulio Andreotti, mentre Nino Andreatta e Romano Prodi sono riusciti a sbalzarlo di sella nel 1985. Cuccia, tornato grazie agli azionisti privati, riprese le redini fino alla fine. Nonostante l’allergia per i giornali manteneva un droit de regard sul Corriere della Sera. I suoi protetti non avevano abbastanza soldi, a lui bastava una parola. Per la Fiat trovò persino Gheddafi e Cesare Romiti. Morì nel 2000 senza i patrimoni che aveva fatto accumulare ai “debitori di riferimento” e la Mediobanca si spense con lui. Né il suo pupillo “Vincenzino” Maranghi, durato al vertice appena tre anni, né Alberto Nagel al timone fino al 2025, potevano essere i suoi veri eredi anche perché nel frattempo il mondo del geniale banchiere non esisteva più.
“Si pone con urgenza il problema di un padrone (o meglio tanti padroni) al capitalismo italiano”, così scrisse Romano Prodi nel 1992. Era il progetto dietro la privatizzazione delle imprese pubbliche che non furono vendute solo per far cassa. Non è riuscito. Una nuova leva di patron è sorta, ma dal basso, mentre i grandi gruppi di stato sono finiti in mani sbagliate. E’ successo con Telecom Italia, è accaduto con la Finsider e con le autostrade; telecomunicazioni, acciaio, infrastrutture, settori strategici presi da imprenditori che non sono stati all’altezza, alcuni come i Riva nel caso dell’Ilva perché fatti fuori da una convergenza tra politica e magistratura, altri come i Benetton perché alla fine si sono rivelati di braccino corto e hanno chiuso gli occhi di fronte alla sicurezza, come il crollo del ponte Morandi ha rivelato. Telecom è tornata pubblica attraverso le Poste, Autostrade per l’Italia è stata ricomprata pagando 8 miliardi di euro ai Benetton, l’Ilva è da anni nazionalizzata di fatto. Nemmeno il re del tondino, Luigi Lucchini, già presidente della Confindustria, è riuscito a gestire le acciaierie di Piombino. Fa eccezione la Dalmine acquistata dai Rocca, una famiglia che ha retto bene alla sindrome della terza generazione. La siderurgia italiana non è scomparsa, al contrario è la seconda in Europa, ma è cambiata radicalmente.
La curva tecnologica
Gli imperi tricolore si sono estinti quasi tutti anche per l’incapacità di tener testa all’onda che porterà alla nuova rivoluzione industriale. Vale per la Fiat e l’automobile, per la chimica di base, per l’acciaio da altoforno, ovunque la tecnica si sposa con l’ambiente e dove i confini dell’industria non sono più quelli nazionali. La globalizzazione dagli anni ‘90 in poi ha mostrato i limiti e le debolezze della grande industria italiana mentre ha offerto nuove opportunità alla piccole e medie imprese esportatrici. Ma la vicenda che più racconta la perdita del treno high tech è quella della Olivetti. De Benedetti ci aveva provato alleandosi con la At&T, nella speranza di poter usufruire di tutto quel ben di Dio contenuto nei laboratori del colosso americano. Non è andata così. E l’Ingegnere ancor oggi si rimprovera di non aver investito nella Apple quando Steve Jobs glielo aveva proposto. Soprattutto non ha avuto la necessaria forza paziente, voleva tutto e subito, mentre l’onda tecnologica è lunga e costosa: c’è voluto un decennio prima che i computer aumentassero produttività e profitti. Anche CDB ha avuto un problema per così dire dinastico. Rodolfo, il figlio che ha preso in mano le redini, ha altre idee, è lui che ha voluto la vendita del gruppo Espresso (o meglio Gedi come poi si è chiamato), concentrando la CIR, la holding di famiglia, sulle cliniche e sulle componenti per l’auto. E’ poco rispetto a quel che fu, ma i sogni si sono infranti per sempre.
La caduta dei grandi gruppi ha deindustrializzato l’Italia? No, alla fine è prevalso il modello che oggi chiameremmo populista. Mentre l’Assemblea costituente metteva insieme cattolici, socialisti, comunisti e un drappello di liberali, vennero consultati alcuni protagonisti di quella che sarà la ricostruzione. Si confrontarono subito due linee, la prima voleva puntare sulla piccola e media industria, perché “l’Italia è un popolo di artigiani”, la seconda invece faceva perno sulla grande impresa, quella vecchia e quella nuova. Fu Valletta a tagliare il nodo: si mise a costruire a più non posso auto, treni veloci, camion, aerei, sostenne l’Autostrada del Sole e poi la nazionalizzazione dell’energia elettrica con Fanfani e i socialisti. L’Italia è ancora il secondo paese manifatturiero d’Europa, ma senza l’impulso di grandi imprese rischia di restare un paese gregario, un portatore d’acqua.
