Lo stato che vuole costruire un nuovo rapporto con le banche parta dalla voce “garanzie”

Che senso ha mettere in campo strumenti in grado di gonfiare gli utili bancari per poi chiamarli extra-profitti e tassarli? Nodi da sciogliere
30 OTT 26
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Foto ANSA

La decisione del governo di fare ricorso a un non meglio identificato contributo del settore bancario e assicurativo per assicurare le necessarie coperture alla manovra di bilancio e le connesse dichiarazioni di autorevoli rappresentanti del mondo del credito illustrano al meglio la natura distorsiva del rapporto fra banche e stato che rappresenta oggi un importante fattore di freno dell’economia italiana. Il sistema bancario detiene stabilmente poco più di 400 miliardi di euro di titoli di stato pari a poco più del 15 per cento del totale. Lo stato restituisce la cortesia offrendo garanzie su poco meno di 300 miliardi di euro di crediti bancari con ciò contribuendo, per un verso, a ridurre le perdite su crediti e, per altro verso, liberando capitale che, piuttosto che vincolare a presidio di quei prestiti, la banca può anche restituire agli azionisti sotto forma di dividendi.
Lo stato cerca poi di farsi perdonare il favore tassando gli utili delle aziende bancarie con un’aliquota pari al 27,5 per cento (contro il 24 per cento applicato alle altre imprese) salvo accompagnarla con una serie di agevolazioni intese a controbilanciare la maggiore aliquota. In questo contesto segnato da un evidente do ut des, non dovrebbe sorprendere che lo stato si riveli un partner ingombrante e chieda nel 2025 un contributo al sistema bancario e reiteri la richiesta poi a distanza di dodici mesi. Ci sono molti motivi per considerare irragionevole e inefficace la tassazione dei cosiddetti extra-profitti bancari ma forse l’attenzione dovrebbe spostarsi sui più complessivi rapporti fra stato e banche e sulle loro conseguenze: è un intreccio, infatti, che non giova a nessuno. La banca, protetta dalla firma pubblica, rischia di smettere di fare la banca, cioè di valutare il merito di credito (e non a caso i tribunali hanno cominciato a occuparsi dei finanziamenti garantiti concessi a imprese già decotte), mentre lo stato, che trova negli istituti nazionali un acquirente fedele, si sottrae in parte alla disciplina dei mercati. Il paese, invece, ne soffre. Il favor implicito concesso ai titoli di stato nella composizione dei portafogli bancari penalizza l’accumulo di capitale di rischio, la presenza delle garanzie bancarie contribuisce a mantenere il carattere bancocentrico del sistema e nel complessivo dare-avere è lecito concludere che, come spesso accade, sia il contribuente a saldare il conto finale. Insomma, che senso ha mettere in campo strumenti in grado di gonfiare gli utili bancari per poi chiamarli extra-profitti e tassarli? L’occasione offerta dalla legge di bilancio per il 2027 dovrebbe allora essere utilizzata per cominciare a sciogliere il nodo appena descritto.
L’importo di 5 miliardi di euro richiesto al sistema bancario e assicurativo dall’esecutivo non è poi così lontano dal controvalore dei benefici derivanti per il sistema bancario dalla presenza delle garanzie pubbliche sui crediti. Piuttosto che limitarsi a definirne le modalità del versamento (più o meno reale: l’esperienza del 2025 dovrebbe insegnare) sarebbe il caso di stabilire il principio che dal contributo dovrebbero essere esentati gli istituti di credito che vogliano rinunciare alle garanzie pubbliche sui crediti o – per evitare conseguenze indesiderate – che vogliano limitarle alle imprese a maggior rischio (le cosiddette fasce di valutazione 3 e 4), con ciò limitando anche il coinvolgimento del bilancio dello stato. Limitare la diffusione delle garanzie è necessario: come è stato autorevolmente osservato, la quota di prestiti in bonis alle imprese assistiti da una garanzia pubblica è tripla rispetto a quella registrata dagli altri grandi paesi europei. Inoltre, per le aziende di credito che ritenessero comunque di volersene servire sarebbe urgente prezzare diversamente le garanzie. Oggi la garanzia costa poco a chi la ottiene. La commissione una tantum è dello 0,5 per cento dell’importo garantito per le piccole imprese e dell’1 per cento per le medie, mentre per le microimprese, almeno fino alla fine del 2026, e per le imprese del Mezzogiorno è gratuita. La legge di bilancio per il 2025 ha poi introdotto un premio aggiuntivo a carico delle banche che ricorrono molto al Fondo, ma lo calcola sui volumi anziché sulla qualità. Le aliquote fissate quest’anno dal gestore, dello 0,5 e dell’1,5 per cento, si dimezzano per chi presta soprattutto alle imprese con rating più basso, il che premia la propensione al rischio ma non dice nulla sulla cura con cui la banca seleziona i propri clienti. Basterebbe cambiare il criterio, passando dal quanto al come. E, se il governo cerca gettito, potrebbe raccoglierlo così, facendo pagare meno della media chi usa bene la garanzia e di più chi la usa male. Gli indicatori, infine, andrebbero pubblicati ogni anno banca per banca, perché la trasparenza è la prima forma di regolazione e lascia il giudizio a investitori e clienti. Prezzare diversamente le garanzie farebbe la differenza fra uno stato che tassa gli utili delle banche perché sono “grandi” (extra) e uno stato che smette di sussidiare quelli costruiti male. Il primo è un esattore (che pudicamente chiama “contributo” il prelievo), il secondo finalmente un garante che conosce il valore della propria firma.