La Bce di Lagarde ha attraversato il Covid, le guerre, l’inflazione e Trump. Con meriti ed errori

Per la successione in pole position ci sono l’olandese Klaas Knot, ex governatore della banca dei Paesi Bassi, e lo spagnolo Pablo Hernández de Cos presidente della Banca dei regolamenti internazionali. Il nuovo banchiere centrale non avrà vita facile. Oltre alle tensioni geopolitiche dovrà gestire la mega bomba dei debiti, quelli pubblici e quelli privati gonfiati dalla bolla dell’Ai
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Foto Ap via LaPresse

La Grand Dame della Banca centrale europea se ne va prima del previsto, era ormai scontato. Adesso sappiamo quando, non dove va, ma forse è più chiaro perché. La data annunciata ieri da una Christine Lagarde con cerotti sul viso per una piccola operazione alla pelle, è il 7 febbraio del prossimo anno, prima che scatti la lotteria delle elezioni francesi. C’è tempo, quindi, perché sia Emmanuel Macron a giocare la partita contribuendo a scegliere il successore. In pole position oggi l’olandese Klaas Knot, ex governatore della banca dei Paesi Bassi, e lo spagnolo Pablo Hernández de Cos presidente della Banca dei regolamenti internazionali; in seconda fila il presidente della Bundesbank Joachim Nagel e il governatore portoghese Mário Centeno, che potrebbe avere buone chance se i grandi paesi si bloccano a vicenda. Sono in ballo anche poltrone tecniche come ad esempio quella del capo economista influente nel determinare la politica monetaria. Ma troppi sono i fattori decisivi.
Tra di questi c’è lo stato di salute di una Francia diventata bon gré mal gré la malata d’Europa, e forse bisognosa quanto meno di un aiutino per far ingoiare a un paese in subbuglio la medicina che sarebbe necessaria. I vertici europei sono sempre stati un gioco a incastro franco-tedesco, però oggi nella Ue a 27, più ampia e più incerta sul suo ruolo nel mondo post global, divisa tra i diversi paesi e scossa dal neo imperialismo russo e dall’onda nazional populista, scegliere sarà ancor più difficile. Tutti metteranno sul tavolo verde le loro carte, anche il governo Meloni. L’Italia ha avuto Mario Draghi ed è fuori concorso, ma non fuori campo. Sceglierà i latini o i nordici? L’alternativa non è come può sembrare tra cicale e formiche, dipenderà piuttosto da quale alleanza sarà vantaggiosa, se con la Germania di Friedrich Merz o con una Spagna probabilmente guidata dal centrodestra del Partito popolare, con o senza Vox. Sulla carta sembra questa la scelta più coerente in base agli schieramenti di partito, ma Giorgia, escluso il detestato Macron, si chiederà quante divisioni ha Madrid, fuor di metafora quanto conta sullo scenario internazionale non solo euro-continentale. Domande per ora senza risposta. L’unica cosa certa è che in questo caso Parigi per la Meloni non val bene una messa, anzi nemmeno un rosario.
Se non è il momento di azzardare nomi, è senza dubbio il momento di abbozzare un giudizio sugli anni della Lagarde segnati da pandemia, guerre, inflazione. Dopo l’interventista Draghi che ha gestito la grande crisi dei debiti sovrani trasformando di fatto il ruolo della Bce senza cambiare le regole scritte (tassi negativi, acquisto massiccio di titoli di stato ecc.), ci si aspettava il cosiddetto ritorno alla normalità. Poi è arrivato il Covid-19. Qui la Bce può essere apprezzata per aver sostenuto la più ardita scelta fatta dalla Ue dopo la moneta unica, cioè il co-finanziamento del Next Generation Eu che ha portato circa 200 miliardi di euro nelle casse di un’Italia che non ha mai smesso di lamentarsi della Commissione, dell’euro e della banca centrale. Un voto negativo invece va dato per la lenta risposta all’inflazione del 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Presa alla sprovvista, la Bce ha indugiato, Lagarde parlava di una fiammata passeggera, poi la corsa dei prezzi è arrivata a quattro volte il mitico obiettivo del 2 per cento che dovrebbe assicurare stabilità secondo il manuale delle banche centrali. Quando si è mossa per spegnere le fiamme è arrivato l’incendio iraniano con una nuova ondata innescata anche questa volta dall’energia (il petrolio, mentre quattro anni fa era il gas) che ha pesato su un potere d’acquisto dei ceti medi che non si era ancora ripeso. Si poteva fare di più e meglio?
La Bce ha appreso la lezione e ora si è mossa in tempo sia pur con passo felpato, alzando i tassi di riferimento di un quarto di punto (ieri li ha lasciati invariati al 2,50 per cento). Ma il nuovo banchiere centrale non avrà vita facile. Oltre alle tensioni geopolitiche dovrà gestire la mega bomba dei debiti, quelli pubblici (gli Usa rischiano di raggiungere l’Italia in rapporto al pil) e quelli privati gonfiati dalla bolla dell’intelligenza artificiale. La Bce non può affrontarli da sola, però finché c’è Trump non potrà contare sul coordinamento con la Federal reserve.
Madame Lallouette coniugata Lagarde ha ringraziato tutti. “E’ stato un grande orgoglio e un enorme privilegio servire questa istituzione”, ha detto, lasciando una sorta di viatico: “I rendimenti a lungo termine sono aumentati ovunque, più in alcuni paesi, meno in altri, e poi si comincia a guardare agli spread”, eppure proprio lei aveva escluso che gli spread fossero un problema della Bce. In ogni caso si è auto-assolta: “Credo di lasciare con la consapevolezza di aver svolto un buon lavoro e con una Bce pronta ad affrontare il futuro”. E lei che cosa farà? Andrà a Davos per presiedere l’appannato forum globalista? O si occuperà dei nipotini, come ha detto una volta abbandonando il suo allure alto borghese. La vedremo sulle panchine degli Champs Elysées dove Marcel Proust incontrò per la prima volta l’amore?