Allarme sul debito americano

Una crisi fiscale negli Stati Uniti avrebbe un impatto anche sui Btp
10 OTT 26
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foto via Getty Images

Il rendimento dei titoli di stato americani a dieci anni potrebbe presto salire al 6 per cento, come non si vede dal 2000. E’ la tesi di Dan Ivascyn, responsabile degli investimenti di Pimco, uno dei maggiori gestori di obbligazioni al mondo, il quale ha dichiarato al Financial times che, dall’attuale rendimento del 5,25 per cento, raggiungere il 6 “è certamente possibile”, anche nel breve periodo. L’Ft descrive un mercato obbligazionario sconvolto dalle aspettative d’inflazione e dai timori per l’imponente debito pubblico americano (125,8 per cento del pil), dove hedge fund e altri investitori sono ora costretti a chiudere molte delle loro posizioni in perdita. Sempre nella giornata di venerdì, il Btp italiano a 10 anni ha chiuso al 4,6 per cento (con uno spread sui titoli tedeschi di 109 punti).
La tesi secondo cui “nel lungo periodo i conti italiani potrebbero risultare meno squilibrati di quelli americani” poteva sembrare una grande provocazione a gennaio, quando Emanuele Dicarlo della Banca d’Italia e Marco Olivari della Boston University ne scrissero su lavoce.info. L’articolo faceva riferimento a uno studio pubblicato esattamente un anno fa su Nber, firmato anche da Laurence Kotlikoff e Mauro Marè.
Il paper ha misurato il fiscal gap dei due stati, ossia la correzione da attuare e da mantenere negli anni per onorare il debito e gli impegni di spesa futuri impliciti nelle leggi in vigore (come le pensioni). Gli autori hanno stimato la necessità di un aggiustamento del fiscal gap pari allo 0,7 per cento del pil per l’Italia, che parte da un avanzo primario di circa l’1 per cento del pil, e del 4,3 per cento per gli Stati Uniti, che partono da un disavanzo primario dell’1,5 per cento destinato ad ampliarsi. Sarebbe sbagliato, però, consolarsi con questo paragone.
Una crisi fiscale degli Stati Uniti o di altre economie avanzate avrebbe per forza di cose un impatto sugli altri paesi a debito elevato come l’Italia (138,6 per cento del pil), come peraltro si sta vedendo nelle ultime settimane dopo il rialzo dei Treasury Usa e degli Oat francesi.