Su Ilva Mantovano mette d'accordo i sindacati ma per dare un futuro all'acciaio ci vuole altro

Al tavolo di Palazzo Chigi i sindacati ottengono l’impegno a discutere di prepensionamenti, lavori usuranti e incentivi all’esodo. Ma sui nuovi forni elettrici e sul Dri non c’è un cronoprogramma: da due anni Urso cerca un compratore, l’ultimo interessato punta solo all’area a freddo
29 OTT 26
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Foto Ansa

Il sottosegretario Alfredo Mantovano è riuscito in un’impresa impossibile: tenere buoni i sindacati metalmeccanici mentre il governo chiude la più grande fabbrica d’Italia. Martedì dopo l’ennesimo tavolo Ilva nella Sala Verde di Palazzo Chigi, le sigle hanno firmato un verbale congiunto con i ministri che è stato presentato dai sindacalisti come un grande risultato. “E’ stato raggiunto un impegno importante grazie alla mobilitazione dei lavoratori – ha detto uscendo da Chigi il segretario generale della Uilm Davide Sperti – E’ stato sottoscritto un documento con il governo che prevede, a parte il decreto legge, la disponibilità a discutere di strumenti di risarcimento come avevamo chiesto da tempo che prevedano sia i lavori usuranti, per chi è stato esposto al ciclo integrale da almeno dieci anni, i prepensionamenti e gli incentivi all’esodo volontario”.
Ilva, ovvero il ciclo integrale italiano, non ha più speranza, e tutti, governo, sindacati e opposizioni, ormai parlano d'altro. Ammortizzatori sociali e il tentativo di una nuova reindustrializzazione. Nel nuovo decreto sono previsti sgravi fiscali per nuovi investimenti in un’area di 100 ettari interna al perimetro Ilva. Dove dovrebbero sorgere, quindi, i forni elettrici e DRI di cui si parla al punto 1 del verbale? L’unico sincero è stato Mantovano: “Non posso darvi un cronoprogramma, perché non so come finirà la vendita”. Sono due anni che Urso la rinvia cercando un acquirente. L’ultimo candidato è una cordata italiana, interessata solo all’area a freddo.
E’ comprensibile: chiunque si sia avvicinato agli altoforni si è fatto male. Da ultimo il presidente Bernabè, chiamato dall’allora premier Draghi in quota Invitalia, ora si trova a dover rispondere in tribunale per aver rappresentato lo stato nella difesa della siderurgia italiana. Persino un intervento di von der Leyen ottenuto grazie a una richiesta di Draghi diventa per gli inquirenti truffa all’Unione europea. Che persino gli ultimi giapponesi si siano arresi è comprensibile.