Un'altra inchiesta su Ilva, ma l'acciaio in Italia è già condannato

La nuova inchiesta della procura di Taranto chiede gli arresti domiciliari per l'ex amministratrice delegata di Ilva, Lucia Morselli, mentre lo stabilimento è senza materie prime e perde 50 milioni al mese. Tra indagini, commissariamenti e investimenti miliardari che non arrivano, il futuro dell’acciaio italiano sembra già segnato

26 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 19:38
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Lucia Morselli - foto Ansa

Taranto. La notizia oggi in poche ore ha riempito le homepage dei siti d’informazione: “Arresti domiciliari per Lucia Morselli, ex ad di Ilva”. A ben vedere è solo la richiesta della procura, anzi, degli stessi magistrati di Taranto che per 10 anni hanno indagato sui Riva, Vendola, e altre decine di persone, finché i giudici hanno stabilito che non poteva essere quella procura a farlo (proprio a causa del conflitto di interesse di alcuni magistrati) e ha fatto ricominciare il processo a Potenza. Un processo che non porterà a nulla, ma che ha condannato il ciclo integrale dell’acciaio in Italia, senza più alcun futuro per responsabilitò della magistratura e di politica e media che le sono andati dietro.
Si può prevedere che lo stesso accadrà in questo caso, visto che il governo ha già usato le richieste dei pm per giustificare la cacciata di ArcelorMittal. Peccato che con ArcelorMittal Ilva producesse più del doppio di oggi, con più occupati, meno incidenti e senza perdere 50 milioni al mese. Un controsenso considerando che l’amministrazione straordinaria nasce per risollevare un’azienda, non per distruggerla. Se pure si intende insistere sull’aspetto penale, c’è da dire che proprio il commissario scelto dal ministro Adolfo Urso, il dirigente Giancarlo Quaranta, è già condannato in via definitiva per la morte di tre operai nello stabilimento. Ma questo per Urso non ha rappresentato mai un problema.
Ma la questione fondamentale è un’altra. Come si può pensare, in queste condizioni, che qualcuno si compri l’Ilva? Nè è la soluzione lo stato, i cui manager sono indagati insieme a Lucia Morselli. Tra loro anche Franco Bernabé, presidente in quota Invitalia di Acciaierie d’Italia, la società poi commissariata dal governo Meloni. Ma è indagato anche Aditya Mittal, il proprietario indiano a cui l’allora premier Giuseppe Conte regalò il suo libro “L’impresa responsabile” prima di entrarci in società con Invitalia. Richiesta dei domiciliari anche per Francesco Astorri, all’epoca dei fatti capo del nucleo ispettivo di Ispra (la società pubblica per i controlli ambientali), accusato di aver falsificato gli esiti dei controlli in fabbrica per favorire l’impresa in cambio della promessa di una promozione all’Ispra.
In totale sono 30 gli indagati, di cui 26 persone fisiche e quattro società, con le accuse di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro l’ambiente, l’incolumità pubblica e la pubblica amministrazione. Tra le contestazioni figurano le ipotesi di disastro ambientale, inquinamento e truffa ai danni dello stato. Secondo la ricostruzione della procura, le emissioni dello stabilimento avrebbero provocato un progressivo aumento dei livelli di benzene nell’aria del quartiere Tamburi di Taranto, contribuendo a determinare una situazione di disastro ambientale. Il gip Maccagnano ha fissato gli interrogatori per il 3 novembre. Il legale di Lucia Morselli afferma che in quella sede tutto verrà chiarito.
Non è la prima volta che la magistratura indaga su Mittal. Non si sa che fine abbia fatto l’inchiesta del 2019, quando la Guardia di finanza entrò in stabilimento a sirene spiegate per trovare le prove all’accusa di impoverimento del patrimonio industriale e nocumento alla nazione. Mentre oggi davvero in Ilva non c’è più materia prima disponibile, né un centesimo per andare avanti, e la Commissione europea ha detto non c’è più spazio per gli aiuti di stato. Eppure tutti fanno finta ci possa essere un futuro di acciaio green a forni elettrici e Dri che richiederebbe miliardi di investimenti.
Nel procedimento in Cassazione, che a giorni dovrà decidere sullo spegnimento dell’area a caldo, la procura generale ha chiesto la prosecuzione dell’attività smontando l’ordinanza del tribunale di Milano che ne ha chiesto lo spegnimento. L’accusa, in questo caso, rileva che il tribunale di Milano non ha dimostrato la pericolosità delle attuali emissioni e la dispersione di amianto. Ma anche se la Cassazione dovesse consentire la prosecuzione, gli impianti non potranno ripartire in assenza di materia prima. Oggi nella Sala verde di Palazzo Chigi è convocato l’ennesimo incontro tra il governo e le organizzazioni sindacali, le cui richieste ormai sono limitate a prepensionamenti, incentivi all’esodo e cassa integrazione straordinaria per tutti gli altri. In definitiva potranno sempre dire che l’ha voluto la magistratura. La fine dell’industria italiana è tutta qui.