L’assemblea di Mps boccia il piano Lovaglio. La nuova fase e gli equilibri futuri

Oltre il 90 per cento dei voti a Siena contro ciascuna delle offerte su Banco Bpm e Banca Generali, il 63,65 per cento dei voti presenti contro la fusione con Mediobanca e un altro no alla riduzione del capitale. La vittoria di Intesa apre le danze su Generali
29 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 18:26
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La bocciatura di Luigi Lovaglio, ad di Mps, non è stata una semplice battuta d’arresto. A Siena, gli azionisti hanno respinto l’intero piano difensivo costruito contro l’Opas di Intesa Sanpaolo: oltre il 90 per cento dei voti contro ciascuna delle offerte su Banco Bpm e Banca Generali, il 63,65 per cento dei voti presenti contro la fusione con Mediobanca e un altro no alla riduzione del capitale necessaria per finanziare la maxi-cedola. Lovaglio sostiene di aver almeno costretto Intesa a migliorare l’offerta su Mps. Ma il messaggio dei soci, da Delfin e Caltagirone a diversi fondi, è stato chiaro: quella strada non si farà.
E per Carlo Messina, che ha già ottenuto il via libera della Bce, la strada verso Siena diventa più facile, anche se l’Opas non è ancora conclusa. Se Intesa arriverà a Mps, arriverà indirettamente anche a Mediobanca, già controllata dal Monte, e attraverso Mediobanca alla sua partecipazione in Generali. Ecco perché la partita si sposta da Siena a Trieste. Intesa, Unicredit, Caltagirone e Delfin, con interessi non sempre coincidenti, dovranno capire se aprire una nuova guerra tra azionisti o trovare un equilibrio diverso: una Generali public company, con soci forti ma senza un padrone. Non basterà sommare partecipazioni: servirà garantire autonomia al management e stabilità alla governance.
C’è poi un risvolto politico. Il progetto del terzo polo bancario attorno al Monte e a Banco Bpm, sul quale aveva puntato soprattutto Giancarlo Giorgetti, esce ridimensionato. Può invece trovare spazio l’obiettivo, caro a Giorgia Meloni, di assicurare a Generali un solido radicamento italiano, rendendola meno vulnerabile a possibili attenzioni straniere. Ma questa storia, forse, dice soprattutto qualcosa sul rapporto tra governo e mercato. La politica può indicare priorità strategiche, immaginare aggregazioni, provare a orientare gli equilibri del capitalismo italiano. Non può però ignorare la volontà degli azionisti. La politica, lo sappiamo, ha le sue priorità. Ma il mercato, alla fine, va per la sua strada. Per fortuna, verrebbe da dire.