Economia
l'analisi •
La tenaglia su Lovaglio: il suo secondo tempo a Mps rischia di finire male
Gli azionisti forti del Monte mettono l’ad di Siena in un angolo. I nuovi equilibri, con ricadute su Generali
9 OTT 26

Foto ANSA
La tenaglia su Luigi Lovaglio si stringe e il suo secondo tempo a Mps rischia di finire male. L’ultimo colpo è di Crédit Agricole. L’ad Olivier Gavalda ha detto che i francesi non aderiranno all’offerta del Monte su Banco Bpm. Non è un no qualsiasi: l’Agricole è il primo socio di Bpm, con il 29,3 per cento, e Bpm è a sua volta azionista di Mps. Il rifiuto indebolisce il piano di Lovaglio contro l’assalto di Intesa Sanpaolo e rischia di allargare il dissenso. Il no di Bpm non è automatico, ma sarebbe un altro colpo. Il giorno della verità è il 29 ottobre, quando Mps dovrà pronunciarsi sulle operazioni con Bpm e Banca Generali. Per approvare le delibere straordinarie servono i due terzi del capitale rappresentato. Lovaglio ha davanti un fronte (di dissenso) consistente: Delfin possiede il 17,6 per cento del Monte, Caltagirone circa il 13,5, Edizione dei Benetton l’1,45. Insieme superano il 32 per cento del capitale e, aggiungendo Praude, si arriva attorno a un terzo. Le posizioni non coincidono: Caltagirone ha annunciato il voto contrario, Delfin ed Edizione l’adesione all’offerta di Intesa. Ma la direzione è la stessa e per Lovaglio trovare i voti diventa sempre più complicato.
Carlo Messina, pochi giorni fa, ha migliorato l’offerta di Intesa, portando la componente in contanti da un euro a 1,25 euro per azione Mps, oltre alle 1,6 azioni Intesa, e ha posto gli azionisti davanti a una scelta: se l’assemblea approverà anche uno soltanto dei punti decisivi della controffensiva, la sua Opas decadrà. Non si può votare per Lovaglio e tenersi Messina come assicurazione. Nel risiko contano anche le sfumature. L’impegno di Delfin a favore di Intesa è stato comunicato dalla stessa banca di Messina, con il consenso della holding: non due dichiarazioni parallele, ma una scelta resa pubblica insieme. E i dettagli contano. Anche Giovanni Azzone, presidente di Cariplo, ha espresso apprezzamento per l’operazione.
La domanda, dunque, è come Lovaglio possa presentarsi il 29 ottobre senza rischiare una bocciatura. Potrebbe rinviare l’assemblea, come fece Nagel nel 2025, spostando a settembre il voto di Mediobanca su Banca Generali. Sarebbe un modo per evitare la conta, non per fermare Intesa, la cui offerta segue il percorso autorizzativo. Lovaglio sa inventare mosse imprevedibili, ma stavolta il tempo potrebbe lavorare contro di lui. Il rinvio somiglierebbe più a una resa differita che a una nuova strategia. La partita più interessante, però, va oltre Siena e riguarda Generali. Se Intesa conquistasse Mps, attraverso Mediobanca acquisirebbe una posizione centrale nell’azionariato del Leone. Dai movimenti di questi giorni si intravede un possibile equilibrio a quattro: Intesa, attraverso Piazzetta Cuccia, UniCredit, Delfin e Caltagirone. Non c’è un accordo annunciato, ma la sintonia emersa su Mps rende meno astratto lo scenario di una public company con soci forti e nessun padrone unico. Un assetto che ridisegnerebbe la governance di Generali, costringendo anche Philippe Donnet a misurarsi con nuovi rapporti di forza.
In questo disegno, Unipol aiuta a rendere il disegno praticabile. Carlo Cimbri ha rassicurato sul futuro di Mps: un’aggregazione con Bper non significherebbe la scomparsa della banca senese, del suo marchio o della sua presenza sul territorio. Una parte della rete potrebbe restare a Intesa, ma l’obiettivo sarebbe costruire un gruppo attorno al Monte, non smontarlo pezzo per pezzo. Una rassicurazione per dipendenti, territori e governo: la fine del progetto di Lovaglio non coinciderebbe con la fine di Mps. In questo quadro, anche Giancarlo Giorgetti deve fare i conti con uno scenario diverso da quello immaginato. Il ministro dell’Economia aveva accompagnato la costruzione di un terzo polo bancario attorno a Mps e Bpm. Ora potrebbe dover assecondare un disegno deciso da altri. Anche Bpm potrebbe prendere un’altra strada, se l'offerta congiunta di UniCredit e Crédit Agricole, con una successiva divisione delle attività, prenderà forma. Il terzo polo, insomma, potrebbe nascere con una struttura diversa da quella pensata dal governo (Giorgetti aveva fatto di tutto per allontanare Unicredit da Bpm, oggi sta facendo di tutto per riavvicinarla). Intesa e Unipol potrebbero ridisegnare Mps, UniCredit e Agricole il futuro di Bpm, mentre attorno a Generali si preparerebbe un nuovo equilibrio tra grandi azionisti. Nulla è deciso. Ma mentre Lovaglio cerca i voti per salvare la sua controffensiva, il mercato sembra già organizzare il dopo Lovaglio.