Economia
Le colpe della Casa •
Le inutili mosse di Trump per abbassare il prezzo del diesel prima delle midterm
Ha minacciato gli alleati del G7, stretto accordi con Putin e promesso miliardi agli agricoltori americani, mentre nel frattempo scaricava le colpe sull'Ucraina. Ma nulla di tutto ciò ha funzionato: il gasolio ora costa il 70% in più di un anno fa
28 OTT 26

Dopo che il 21 settembre il gasolio aveva toccato il record di 6,53 dollari a gallone, Donald Trump, in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre, ha promesso che i prezzi del diesel sarebbero scesi “in quantità record e in fretta”. Il presidente degli Stati Uniti ha giocato tutte le sue carte: ha allentato le sanzioni alla Russia stringendo un accordo sul gasolio con Vladimir Putin, ha minacciato gli alleati del G7 per convincerli a liberare 100 milioni di barili di scorte in quattro mesi, con una parte consistente di diesel nei primi venti giorni, per poi continuare ad attingere dalle riserve strategiche americane fino a promettere miliardi agli agricoltori. Ma il diesel, dopo un breve sollievo a inizio ottobre, ha ripreso a salire.
Secondo i nuovi dati dell’Energy information administration, pubblicati ieri, il prezzo medio alla pompa è salito di 7,6 centesimi in una settimana: un gallone di diesel costa ora 6,35 dollari, il 70 per cento in più di un anno fa. Inoltre, secondo il Bureau of labor statistics, i prezzi alla produzione dell’autotrasporto merci a settembre sono aumentati del 19,3 per cento rispetto all’anno prima, mentre l’inflazione è al 3,7 per cento.
Per invertire il trend, Trump le ha davvero provate tutte. Dopo “aver convinto” il 2 ottobre il G7 a liberare scorte, il 9 ottobre il Tesoro americano, dopo una telefonata tra Putin e Trump, ha autorizzato per sei mesi l’acquisto di diesel russo, vietato dal 2022: il presidente americano ha annunciato che la Russia avrebbe esportato subito 300 mila tonnellate di gasolio per i mercati internazionali. Ma il primo carico diretto negli Stati Uniti, di 40 mila tonnellate di diesel, dovrebbe arrivare il 7 novembre, quattro giorni dopo il voto delle midterm. Sull’accordo con Mosca, già due settimane fa, nel rapporto mensile del 14 ottobre, l’Agenzia internazionale dell’energia aveva scritto che l’allentamento dei limiti all’export di diesel russo difficilmente avrebbe cambiato in modo sostanziale l’equilibrio dei mercati. L’accordo per ora ha prodotto solo una leggera reazione di mercato dopo l’annuncio, oltre al recupero della produzione russa per centrare le quote, segnalato da Reuters, e la possibilità di vendere i barili a prezzo pieno, portando più risorse nelle casse del Cremlino mentre continua la guerra con l’Ucraina.
Il 19 ottobre, invece, durante un comizio repubblicano in Kansas per il senatore Roger Marshall, la cui rielezione è in bilico, Trump ha promesso agli agricoltori sussidi per 8 miliardi di dollari per pagare una parte del rincaro del diesel durante i mesi del raccolto, ma anche questi arriveranno solo dopo le elezioni. Qualche settimana prima, il 5 ottobre, durante un comizio in Nebraska, Trump ha firmato un ordine federale per permettere di usare su strada il “diesel rosso” destinato all’uso agricolo (tinto per segnalare l’esenzione dalle accise federali), se non fosse che l’ordine non ha aggiunto un singolo barile in più al mercato, ha messo in concorrenza camionisti e agricoltori per lo stesso carburante e non ha abolito l’accisa. Il 21 ottobre il dipartimento dell’Energia americano ha anche autorizzato un prestito di 315 mila barili dalle riserve di diesel del Nordest.
Gli aspetti paradossali sono almeno due: il primo è che il risultato di tutte queste misure è stato solo una minima discesa dei prezzi per due settimane, quando il diesel è sceso a 6,18 dollari al gallone il 12 ottobre, mentre ora è risalito intorno ai 6,35 dollari. Il secondo è che l’origine di tutti i mali di Trump legati al diesel siano proprio le scelte di Trump: il fattore prevalente è la guerra con l’Iran e su questo le mosse della Casa Bianca incidono poco. Da fine febbraio, i flussi petroliferi sono stati sconvolti, le raffinerie del medio oriente sono state danneggiate, mentre gli impianti americani – gli Usa sono il principale esportatore netto di diesel – lavorano già al massimo della capacità.
Dare la colpa all’Ucraina e agli attacchi agli impianti energetici russi, come fatto dall’Amministrazione Trump, è solo un tentativo di trovare un capro espiatorio, quando invece le responsabilità più grandi sono in casa. Alla Casa Bianca, più precisamente.