Economia
L'Analisi •
Salvini e il campo largo uniti nell’agenda anti Fornero. Il conto ai giovani
Le promesse sulle pensioni si scontrano con le condizioni che garantiscono la sostenibilità della spesa pensionistica. Non rispettarle sarebbe rischioso, modificarle strutturalmente rischia di diventare un disastro finanziario
27 OTT 26

Certe promesse non vanno mai in pensione. Domenica il vicepremier Matteo Salvini, al congresso della Lega che lo ha rieletto segretario, è tornato a chiedere di “smontare la legge Fornero”. “Lasciare la possibilità di andare in pensione a 64 anni”, ha detto, è una delle priorità della Lega per la legge di Bilancio. Il superamento della Fornero non sembrava più un suo obiettivo e a chiederla era invece stato il campo largo, contrario già all’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita, ma ora anche all’aggiornamento dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo. In un dibattito politico ostaggio della demografia dell’elettorato, Salvini è così tornato a rivendicare l’agenda anti Fornero.
Per capire la posta in gioco per l’Italia, serve leggere l’ultimo rapporto della Ragioneria generale dello stato (Rgs) sulle “tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico”, pubblicato a luglio. La spesa pensionistica vale attualmente circa il 15,2 per cento del pil: per dare un ordine di grandezza, si tratta quasi di un terzo della spesa delle amministrazione pubbliche pari al 51,1 per cento del pil nel 2025. Ma è destinata a salire progressivamente fino al picco del 17,1 per cento del pil nel 2041, perché le coorti del “baby boom” usciranno dal lavoro e perché il denominatore (il pil) non aumenterà proporzionalmente. La spesa è poi prevista scendere al 16,2 per cento del pil nel 2050 e al 14 per cento nel 2070, per effetto dell’applicazione generalizzata del calcolo contributivo e “della stabilizzazione e della successiva inversione di tendenza del rapporto fra numero di pensioni e numero di occupati”.
Questa discesa, però, dipende da alcune ipotesi. La prima è che l’età pensionabile continui a seguire l’andamento dell’aspettativa di vita, che nello scenario della Rgs nel 2070 salirà a 85,8 anni per gli uomini e a 89,2 per le donne. Serve inoltre che, entro il 2070, il tasso di fecondità risalga dall’1,18 del 2024 all’1,44 e che il tasso di occupazione salga fino al 66,7 per cento, 4,2 punti percentuali in più rispetto al 62,5 del 2025. E’ necessario anche un saldo migratorio netto sostanzioso, vicino a 260 mila persone l’anno nel biennio 26-27 e poi stabilizzato a 165 mila nel lungo periodo.
Già non rispettare le ipotesi sarebbe rischioso, modificarle strutturalmente rischia di diventare un disastro finanziario. La Rgs calcola che eliminare permanentemente anche soltanto l’adeguamento automatico dei requisiti alla speranza di vita farebbe salire il debito pubblico di circa 17 punti di pil entro il 2045 e di 38 entro il 2070. L’anno scorso il governo si è limitato a ridurre da 3 mesi a uno solo l’aumento previsto nel 2027 rinviando gli altri 2 al 2028, e solo ciò è costato 1,6 miliardi (secondo l’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica, fermare del tutto l’adeguamento sarebbe costato 3,3 miliardi il primo anno e 4,7 nel successivo).
Secondo stime del governo citate a settembre dall’Ansa, l’allargamento per i 64 anni proposto da Salvini, e prima ancora dal sottosegretario Claudio Durigon, riguarderebbe nel triennio 180 mila lavoratori e costerebbe circa 5 miliardi di euro. Se il governo dovesse cedere a queste richieste, probabilmente i colleghi di maggioranza storcerebbero il naso dato che si tratta di risorse che competono con quelle del taglio dell’Irpef dal 43 al 33 per cento sui redditi tra 50 e 60 mila euro, il cui costo è di circa 3 miliardi, che Forza Italia e Antonio Tajani chiedono insistentemente da due anni, ma per cui nel Documento programmatico di bilancio non ci sono abbastanza fondi. E questa è soltanto una delle richieste per la manovra in attesa di trovare coperture. Secondo una ricognizione di ieri del Sole 24 Ore, i regimi sostitutivi d’imposta su cui il governo sta cercando di intervenire costano già in tutto 13,1 miliardi di euro all’anno.
Ciò che si vuole smontare in Italia è quello che serve alla Francia, dove l’età minima per la pensione è di 62 anni e 9 mesi per i nati nel 1964 e arriverà a 64 per quelli nati dal 1969. Nel rapporto annuale di giugno, il Conseil d’orientation des retraites (Cor) proietta un disavanzo del 2,4 per cento del pil nel 2070 nello scenario a legislazione vigente, che incorpora la sospensione parziale della riforma Macron. Tra le leve esaminate dal Cor soltanto rinviare il pensionamento migliora la salute dei conti sostenendo anche l’attività economica. Insomma, in Francia si studiano le ragioni di una Fornero, che in Italia si vuole smantellare. Il conto tanto va sempre alle prossime generazioni.