Economia
L'analisi •
Pensioni, la guerra dei trent’anni contro le nuove generazioni
Famiglie, asili, edilizia popolare: così il sistema pensionistico ha usato le risorse che servivano ai giovani
27 OTT 26

Il Campo largo invita ad “ascoltare” la protesta dei giovani prima di condannare le azioni di guerriglia urbana scatenata dagli “infiltrati”. Una posizione singolare, se si considera che contemporaneamente le forze “progressiste” portano avanti proposte di “controriforma” delle pensioni, dalla revisione dei coefficienti di trasformazione o dell’adeguamento dell’età pensionabile, che penalizzano le giovani generazioni.
Non è una novità, ma un elemento di continuità nelle scelte di welfare degli ultimi trent’anni. La grande spoliazione di risorse a favore delle pensioni avvenne nell’ambito della “madre di tutte le riforme”: la legge Dini/Treu del 1995 che stabilì una riallocazione dei contributi a favore del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (Fpld). L’aliquota contributiva del Fpld nel 1996 passò dal 27,5 al 32,7 per cento. Per non aumentare il costo del lavoro, la legge operò, a oneri invariati, una ristrutturazione della contribuzione sociale: l’aliquota per l’Assegno al nucleo familiare (Anf) scese dal 6,2 al 2,48 per cento e quella per la maternità dall’1,23 allo 0,66 per cento. A prezzi del 1996, la diminuzione delle risorse fu di 4,6 miliardi di euro per l’Anf, di 0,6 miliardi per la maternità, di 1,4 miliardi per asili ed edilizia sociale. Totale: 6,6 miliardi. La Cei – in un saggio dal titolo “Il cambiamento demografico”, pubblicato da Laterza – documentò che dal 1996 al 2010 la riallocazione di risorse per la famiglia aveva finanziato il sistema pensionistico per un ammontare, a prezzi 2008, pari a circa 120 miliardi di euro. Ma non basta.
Il disagio e le proteste oggi riguardano il diritto alla casa, in particolare nelle grandi città. La questione è complessa, ma di certo manca un finanziamento strutturale per l’edilizia pubblica. Esisteva un contributo pari allo 0,70 per cento, diviso a metà tra lavoratori e datori, denominato “ex Gescal” (dal nome dell’istituto incaricato di gestire l’edilizia popolare). Bene. Anche questo tributo venne usato per raggiungere la magica soglia del 33 per cento dell’aliquota pensionistica nel lavoro dipendente, a fronte di una media Ocse del 18 per cento.
Sempre nell’ambito della riforma Dini, fu introdotto il meccanismo per la determinazione del trattamento pensionistico nel sistema contributivo la cui applicazione era esclusa per chi a fine 1995 aveva maturato almeno 18 anni di contributi. Per coloro a cui il nuovo calcolo era applicato, la pensione sarebbe risultata dal prodotto del montante contributivo individuale per un coefficiente di trasformazione aggiornato, secondo criteri attuariali, all’età anagrafica del pensionamento ovvero all’incremento dell’attesa di vita. In sostanza, se si vive più a lungo, e quindi si pagano pensioni per più anni, il coefficiente di trasformazione si riduce (e con esso l’assegno). Dal 2012, la riforma Fornero ha esteso l’applicazione dei coefficienti di trasformazione, almeno in parte, a tutti per garantire la sostenibilità del sistema rispetto alla dinamica demografica.
Durante la sessione di bilancio per il 2026, era finito nel mirino degli sfascisti del sistema pensionistico il meccanismo di indicizzazione dei requisiti rispetto all’incremento dell’attesa di vita: il meccanismo era stato sospeso dal governo Conte I ed era ripartito nel 2025. L’anno scorso, la vicenda è terminata con una costosa mediazione (1,6 miliardi): l’aumento di un mese nel 2027 (anziché tre) e di altri due mesi nel 2028, accompagnato dalla minaccia di una resa dei conti nella manovra per il 2027. Alle richieste di abolizione sostenute dalla Lega, si era aggiunto il Campo largo che, con un Atto di indirizzo, impegnava il governo “ad adottare iniziative volte a rivedere, sin dal primo provvedimento utile, la decisione di incrementare i requisiti anagrafici per l’accesso alla pensione e ad eliminarne il meccanismo di revisione periodica”. Le norme sull’indicizzazione sono in vigore dal 2010. E sono state applicate, senza suscitare proteste, nel 2013, nel 2016 e nel 2019 con l’inasprimento dei requisiti rispettivamente di tre, quattro e cinque mesi.
Nei giorni scorsi, mentre era attesa l’annunciata offensiva contro questo meccanismo, è scoppiata un’altra commedia degli equivoci. La Cgil ha insufflato agli sprovveduti dei partiti amici che dal 2027 si sarebbe aggiunto il taglio degli assegni, in conseguenza dei nuovi coefficienti ridimensionati. Una denuncia in totale malafede, perché l’aggiornamento dei coefficienti è una decisione tecnica (in base a dati Istat) e non politica, peraltro mai venuto meno, neppure nei momenti in cui le altre regole sono state sospese (era stato applicato persino ai 62 anni di quota 100). Inoltre, in quell’Atto di indirizzo, era proprio la revisione dei coefficienti che – ad avviso dei firmatari campolarghisti – rendeva inutile l’incremento dell’età pensionabile.
Si arriva così al maledetto imbroglio, ora in corso, di congiungere i due effetti dell’indicizzazione e della revisione a danno dei lavoratori quando, invece, come ha sottolineato la Ragioneria generale dello stato: “Il meccanismo di adeguamento automatico dei requisiti minimi alle variazioni della speranza di vita contrasta gli effetti di riduzione degli importi pensionistici che si sarebbero determinati, a parità di età di pensionamento, proprio in conseguenza della revisione dei coefficienti di trasformazione”.