Favori agli anziani, debito ai figli. Le disuguaglianze tra generazioni dietro le proteste

Le violenze ai margini delle manifestazioni non devono oscurare le ragioni del dissenso. In Italia la spesa per l’istruzione cala, quella per le pensioni cresce, il debito si scarica sulle nuove generazioni e i salari restano fermi. Non stupisce che tanti partano e chi rimane sia scontento
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Le manifestazioni giovanili di protesta che hanno avuto luogo in molte città europee, da Parigi a Milano, hanno destato reazioni dell’opinione pubblica, dei commentatori e delle forze politiche, che si sono concentrate principalmente sulle violenze collaterali avvenute ai margini di questi eventi. Il dibattito si è focalizzato sulle misure di sicurezza per evitare che tali episodi si ripetano, e sulla loro presunta efficacia.
In pochi hanno però cercato di capire i motivi per cui i giovani, quelli non violenti che sono la stragrande maggioranza, sono scesi in piazza. E continueranno a farlo in futuro, creando – involontariamente – le condizioni per nuove infiltrazioni violente. Ha prevalso nei commenti una tendenza denigratoria, tipica di chi, raggiunta una certa età, ritiene che la saggezza sia una prerogativa anagrafica, facendo spesso di tutta l’erba un fascio, trattando violenti e non violenti allo stesso modo. Oppure tirando fuori i soliti schemi, in base ai quali lo scontento dei giovani dipenderebbe dalle disuguaglianze crescenti delle società occidentali, tra i pochi, anzi pochissimi, che hanno sempre di più, e i tanti che hanno sempre di meno.
Dando la responsabilità di tutti i problemi all’1 per cento della popolazione che detiene gran parte della ricchezza, si ignora tuttavia un’altra disuguaglianza, o ingiustizia, che avviene all’interno del rimanente 99 per cento, di cui parlano in pochi. Quella tra generazioni. Eppure le disuguaglianze intergenerazionali sono in aumento, peraltro non solo nei paesi avanzati, come si vede in India. Basta guardare ai dati. Solo per citarne alcuni, dal 2000 ad oggi la quota della spesa pubblica dedicata all’istruzione è scesa in tutti i paesi europei. Tra quelli che hanno registrato il calo maggiore vi sono l’Italia (dal 9,6 al 6,9 per cento) e la Francia (dal 10,4 al 7,8 per cento). Nello stesso periodo la spesa pensionistica è aumentata ovunque. In Italia dal 26 al 30 per cento, in Francia dal 20 al 24 per cento. In altre parole, si spende sempre meno per i giovani e sempre più per gli anziani, anche al netto della tendenza demografica.
Il motivo è semplice, il numero relativo degli elettori. Votano sempre più anziani e sempre meno giovani. Non si vincono le elezioni con programmi a favore dei giovani, ma piuttosto promettendo favori agli anziani, o a chi sta per diventare anziano. L’esempio più noto in Italia è quota 100, con la promessa della staffetta generazionale – “un anziano in pensione sostituito da tre giovani” – rivelatasi un abbaglio.
Esaminando l’insieme delle misure prese negli ultimi anni, sia dal lato della fiscalità sia dal lato della spesa, l’impatto è quasi sempre distorsivo a favore dei più anziani. Anche una misura estremamente generosa – se vogliamo definirla così – come il Superbonus ha avvantaggiato chi già aveva una abitazione. Il deficit abitativo, soprattutto per chi studia nelle grandi città, si è aggravato negli ultimi anni. Per non menzionare gli ostacoli alla concorrenza, che impediscono ai giovani di avviare nuove attività. L’Italia è il paese europeo con il più basso tasso di natalità di aziende.
Anche la qualità della spesa pubblica indirizzata ai giovani, come l’istruzione, si è fortemente deteriorata nel tempo, come dimostrano i test internazionali. La quota degli studenti che escono dalla scuola italiana con una preparazione considerata adeguata è scesa su livelli preoccupanti. Anche a seguito del fatto che l’Italia è stata tra i paesi che hanno imposto il periodo più lungo di didattica a distanza durante il Covid.
La disoccupazione giovanile è diminuita nel corso di questo secolo, da circa il 30 per cento a poco più del 20 nel 2025, ma tale miglioramento non è diverso da quello del resto della popolazione ed è dovuto al forte calo del tasso di partecipazione. L’Italia è tra i paesi europei con la più alta quota di giovani che non studiano e non cercano più lavoro. A peggiorare il quadro è il fatto che la redistribuzione di risorse a sfavore dei giovani avviene a debito, con un onere che cresce nel tempo e ricadrà dunque sulle future generazioni. Negli ultimi 25 anni il debito pubblico italiano per ciascun cittadino italiano è salito da 22,5 a 52,5 mila euro. Il rapporto tra debito pubblico e reddito pro capite è passato dal 96 per cento al 137. Mentre il salario medio è rimasto sostanzialmente immutato, al netto dell’inflazione.
In questo quadro, è difficile sorprendersi del fatto che il numero di giovani italiani che emigrano all’estero aumenti ogni anno, la metà dei quali laureati. Non dovrebbe nemmeno sorprendere che quelli che rimangono non siano soddisfatti della loro situazione e delle prospettive che si presentano loro. E che vogliano esprimere il loro malcontento. Magari senza che ciò dia luogo a manifestazioni collaterali violente. Di cui non sono responsabili.