Le autorità nazionali frenano l’Esma e l’Europa resta frammentata

La battaglia sul rafforzamento dell’Esma mostra come gli interessi delle autorità nazionali continuino a frenare l’integrazione dei mercati finanziari europei. Tra poteri da difendere e borse escluse dalla vigilanza comune, l’Europa resta frammentata, mentre le imprese faticano a crescere (e spostano capitali a Wall Street)

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Quanto è successo alla riunione del Consiglio dei ministri finanziari europei del 9 ottobre scorso è una buona illustrazione di come e perché l’Europa non è riuscita finora ad affermarsi come potenza economica globale, per stare alla pari con gli Stati Uniti e la Cina.
La discussione era incentrata sull’integrazione del mercato finanziario europeo, per poter sostenere la crescita delle aziende e finanziare gli investimenti di cui ha bisogno il continente, in settori quali l’intelligenza artificiale, la transizione climatica, la difesa, le infrastrutture, oltre che per proteggere meglio il risparmio degli europei. L’esigenza di una maggiore integrazione era stata sottolineata nei rapporti Letta e Draghi e ribadita in varie occasioni dal Consiglio europeo. I ministri dei sei principali paesi avevano recentemente indirizzato alla Commissione europea una lettera per chiedere proposte concrete.
La Commissione ha messo sul tavolo della discussione una serie di misure, riguardanti in particolare il rafforzamento dell’autorità di vigilanza europea, l’Esma, al cui vertice è stato peraltro nominato l’italiano Carlo Comporti. Questo rafforzamento è necessario per evitare interpretazioni divergenti della normativa europea da parte delle varie autorità nazionali, che in passato hanno contribuito alla frammentazione del mercato.
Quando la proposta della Commissione è stata discussa nella riunione dei ministri e degli esperti tecnici, si è scatenata la battaglia per depotenziarla. L’obiettivo era quello di salvaguardare i poteri residuali delle autorità nazionali (gli equivalenti della Consob dei vari paesi). Il fine, non poi così velato, è quello di cercare di avvantaggiare i propri mercati e gli operatori nazionali, a scapito degli altri. La scusa è che bisogna mantenere le specificità e le competenze nazionali, soprattutto per le infrastrutture che non hanno una dimensione paneuropea.
La proposta iniziale della Commissione europea viene così depotenziata. Nel caso specifico, il numero delle piattaforme di negoziazione titoli trasferite alla vigilanza dell’Esma viene ridotto da dodici a otto, con le notevoli esclusioni delle borse tedesche e spagnole; le piattaforme di compensazione scendono da nove a sei, i depositi titoli da quindici a tredici. In sintesi, il campo di applicazione dell’autorità di vigilanza europea viene ridotto drasticamente.
Come se l’esclusione dal sistema europeo conferisse una qualche forma di privilegio. L’esperienza dell’Unione bancaria dimostra, piuttosto, che chi rimane fuori dalla vigilanza europea – come le casse di risparmio tedesche – alla fine viene penalizzato. La Deutsche Borse, e le aziende che vi sono quotate, non avranno nessun vantaggio dal rimanere sotto il controllo dell’autorità di vigilanza locale dello stato dell’Assia e della Consob tedesca. Al contrario.
Come si spiega ciò che è successo? Nonostante ci fosse un accordo politico di massima, a livello dei capi di governo, sull’obiettivo di creare un mercato finanziario europeo più integrato, quando si è passati al tavolo negoziale, tra i rappresentanti tecnici, è prevalso l’istinto di conservazione, mirato a salvaguardare i poteri delle burocrazie nazionali. Come ricorda un detto inglese: “I tacchini non votano per Natale”. In altre parole, se la decisione di trasferire le competenze viene demandata a chi viene ridimensionato, alla fine non viene deciso nulla. Nessuno vuole rinunciare al poco potere che ha, nemmeno i regolatori nazionali. E fa dunque di tutto per mettere i bastoni fra le ruote europee.
Questo è solo un esempio di come sia difficile costruire un’Europa più forte, quando il potere viene demandato a chi ha personalmente da perdere da tale decisione, a scapito dell’interesse generale.
Niente di nuovo. L’euro non si sarebbe mai fatto se la decisione fosse stata lasciata alle Banche centrali dei paesi membri, ciascuna attaccata al potere di battere la propria moneta. C’è voluta la visione e la determinazione dei capi di governo di allora, da Helmut Kohl a François Mitterrand, da Giulio Andreotti a Felipe González, che nel Consiglio europeo dell’ottobre 1990 a Roma superarono le loro divergenze e riuscirono a isolare la Thatcher, che si opponeva. Una determinazione e un coraggio che oggi scarseggiano tra i governanti europei. Eppure, oltre un quarto di secolo dopo l’avvio dell’Unione monetaria, la stragrande maggioranza dei cittadini ritiene che l’euro sia stato un successo. Nessuno vuole tornare alle vecchie monete, nemmeno i tedeschi al marco.
Il risultato dell’immobilismo europeo non avvantaggia nessuno. Al contrario, in una competizione globale, la frammentazione finanziaria non solo impedisce alle aziende europee di crescere, ma le spinge ad emigrare e ad andare a quotarsi oltre Atlantico, a Wall Street. La gestione del risparmio europeo viene oramai in larga parte appaltata ai grandi gruppi finanziari statunitensi, che si muovono agilmente tra i vari mercati europei, secondo criteri e obiettivi fissati oltre Atlantico. Se l’Europa è lenta, la colpa è della miopia degli stati membri. E di chi li governa.