Inflazione, perdita del potere d’acquisto e perdita della credibilità

Le sciocchezze di Michele Santoro sui dati Istat e il problema dei talk show italiani, dove il valore di un intervento dipende soprattutto dalla sua collocazione a favore o contro il governo e non dalla reale conoscenza di un argomento

17 OTT 26
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Foto ANSA

Durante l’ultima puntata di PiazzaPulita su La7, Michele Santoro ha pronunciato una frase che rivela la qualità del dibattito pubblico italiano: “L’Istat ci dice in una maniera molto chiara che il potere d’acquisto degli italiani dal 2000 a oggi si è ridotto del 63 per cento”. Una sciocchezza clamorosa, utile per riflettere su una televisione nella quale gli errori grammaticali suscitano indignazione, mentre quelli quantitativi passano inosservati.
Santoro ha banalmente confuso la perdita di potere d’acquisto con l’inflazione accumulata: secondo l’Istat, la crescita generale dell’indice dei prezzi al consumo tra il 2000 e il 2025 è stata pari al 63 per cento. Santoro, tra l’altro, usa questo dato per sostenere che il presunto crollo del potere d’acquisto degli italiani è dovuto all’ingresso nell’euro. Ma come mostrano i dati, il periodo post-2000 è quello con l’inflazione più bassa della storia della Repubblica italiana. Se quindi per lui il nemico numero uno dei salari è l’inflazione, la moneta unica è la migliore protezione per i lavoratori italiani: dal 2005 al 2025 l’Italia ha avuto all’incirca la stessa inflazione cumulata della Germania (45 contro 49 per cento), mentre dal 1975 al 2025 la Germania ha avuto un’inflazione cumulata del 222 per cento e l’Italia del 1.162 per cento. Ma non vuol dire, naturalmente, che il potere d’acquisto degli italiani si è ridotto del 1.162 per cento!
Perché va ricordato, sembra incredibile ma occorre farlo, che l’inflazione misura quanto sono aumentati i prezzi, mentre per calcolare il potere d’acquisto bisogna considerare anche di quanto sono aumentati i redditi nello stesso periodo. Le retribuzioni orarie stabilite dai contratti collettivi nazionali (Ccnl) depurate dall’inflazione ci dicono di quanto è cambiato il potere d’acquisto per ora lavorata (da Ccnl): questo indicatore è diminuito appena del 2,6 per cento dal 2005 (primo anno disponibile dei dati) a oggi, con forti differenze settoriali, dato che per i metalmeccanici il potere d’acquisto contrattuale per ora lavorata è aumentato di circa il 7 per cento.
Se poi consideriamo la retribuzione effettiva del lavoro, comprensiva di premi e contrattazione aziendale, il quadro cambia: la compensazione reale per ora lavorata risulta oggi superiore dell’8,13 per cento rispetto al 2000. E se invece misuriamo la compensazione reale complessiva degli occupati, ossia la massa delle remunerazioni percepite dall’insieme dei lavoratori, l’incremento arriva a circa al 21 per cento, cioè un livello molto più alto (non più basso) del 2000, trainato in primis dal fatto che oggi abbiamo molte più buste paga di 25 anni fa.
Un’ultima prospettiva è quella del reddito disponibile reale delle famiglie. Questo indicatore risulta sostanzialmente stabile o lievemente superiore rispetto al 2000. La redistribuzione fiscale, soprattutto negli anni successivi allo choc inflazionistico, e l’aumento dell’occupazione hanno contribuito a sostenere il potere d’acquisto aggregato delle famiglie, con il sempiterno caveat che questi dati non descrivono necessariamente il reddito della famiglia media né escludono perdite significative per specifici gruppi sociali.
Naturalmente la questione salariale rimane seria, perché la produttività ristagna da decenni, con difficoltà marcate nei servizi a bassa produttività. Riconoscere questi problemi richiede però di utilizzare indicatori corretti, anziché interpretare a vanvera una statistica ufficiale.
Santoro ha anche sostenuto che la Germania spende in difesa più della Russia, un’altra affermazione fattualmente falsa che non commento per brevità. Ma il problema più generale è il meccanismo dei talk show italiani, popolati sempre dagli stessi ospiti e organizzati per aree d’appartenenza, dove il valore di un intervento dipende soprattutto dalla sua collocazione a favore o contro il governo e non dalla reale conoscenza di un argomento. Per questa ragione, una cifra può essere sostituita da un’altra senza che nessuno se ne accorga perché l’unica cosa che conta è confermare le convinzioni del pubblico tifoso.
Ecco uno dei paradossi e lampanti segnali del nostro declino. In un mondo dominato dalla tecnica, ancora oggi in Italia un congiuntivo sbagliato è la prova dell’incompetenza di chi parla, mentre confondere inflazione e redditi reali, oppure inventare una perdita del potere d’acquisto del 63 per cento, non provoca alcuna reazione. Corrado Formigli ha dichiarato di non volere notizie false nel suo programma; confidiamo quindi che PiazzaPulita corregga pubblicamente il dato.