I dati Istat smentiscono la percezione sulla povertà, ma i salari bassi restano un problema

 Secondo l'istituto di statistica nel 2025 in Italia ci sono 2,1 milioni di famiglie e 5,4 milioni di individui in povertà assoluta, in calo rispetto al 2024
15 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 17:57
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Foto di Guido Calamosca per LaPresse

L’Istat smentisce le percezioni. Mentre quasi l’intera opinione pubblica è convinta che la povertà assoluta stia dilagando nel paese, l’istituto della statistica contraddice il senso comune. Ufficialmente l’Istat nel suo rapporto usa il termine “stabilità” per indicare l’andamento della povertà assoluta nel 2025, ma come potremo vedere siamo addirittura in presenza di un miglioramento rispetto al 2024, seppur contenuto nell’ambito della zerovirgola. Prima di addentrarci nei numeri e nei doverosi dettagli, vale la pena ricordare come dal 1° gennaio 2024 sia stato eliminato dal governo Meloni il Reddito di cittadinanza.
Bandiera del Movimento 5 stelle, il Rdc venne sostituito con compensazioni sostitutive quali l’Assegno di inclusione e il potenziamento dell’Assegno unico per i figli. Ecco i dati: nel 2025 in Italia ci sono 2,1 milioni di famiglie e 5,4 milioni di individui in povertà assoluta, in percentuale sulla popolazione nel 2025 le famiglie arrivano all’8 mentre gli individui al 9,3. I dati riferiti al 2024 erano nel primo caso di 8,4 per cento e di 9,8 per cento. Quindi abbiamo un leggero decremento nell’ordine di 0,4-0,5 punti percentuali. Già il 2024 era stato catalogato dall’Istat come “stabile” rispetto al 2023, ultimo anno di vigenza del Reddito di cittadinanza.
Se restringiamo la visuale alle sole famiglie di italiani, l’incidenza della povertà assoluta scende al 5,9 per cento per risalire ripidamente al 29,4 se prendiamo in esame le famiglie composte esclusivamente da stranieri. La differenza è molto ampia, 23 punti percentuali circa, e ci fa dire che il nocciolo duro della povertà assoluta è rappresentato dai nuclei familiari di immigrati.
Dal punto di vista territoriale, la povertà assoluta è più diffusa nel Sud (9,6 per cento, contro il 7,7 del Nord-Ovest), ma è nell’intero Nord che risiede la maggioranza relativa (44,5 per cento) dei soggetti sottoposti a forte deprivazione materiale. La povertà assoluta è più alta tra i minori (12,5 per cento) che tra gli over 65 (6,1 per cento). Inoltre, l’Istat misura anche l’intensità della povertà (“quanto sono poveri i poveri”) e anche in questo caso il 2025 è stabile. Ovviamente, più è ampia la famiglia più il rischio di cadere in povertà è maggiore. Così come i poveri sono più concentrati tra coloro che vivono in affitto (in tutto un milione di famiglie).
La povertà assoluta misura la capacità di acquistare beni essenziali (cibo, salute, trasporti, utenze, affitto) e quindi è suscettibile di variazioni, soprattutto a causa dell’andamento dell’inflazione. Visto l’indice medio annuo del 2025 pari a 1,5 per cento, si spiega anche così la “stabilità”, mentre arriveranno molto probabilmente brutte notizie con i dati del prossimo anno a causa dell’incremento dell’inflazione.
L’Istat calcola anche la povertà relativa, che è una misura della disuguaglianza perché ha come riferimento lo scostamento rispetto alla spesa pro capite degli italiani. Ebbene, la soglia di povertà relativa è salita nel 2025 di pochissimo: da 1.218 euro a 1.231. Sono 2,8 milioni di famiglie in questa condizione pari a 8,7 milioni di individui, rispetto al 2024 l’indicatore riferito ai nuclei familiari è rimasto invariato mentre è migliorato di un decimale quello riferito al totale delle persone in povertà relativa.
Detto della percezione smentita sugli ordini di grandezza delle “due povertà”, una riflessione aggiuntiva la si può dedicare al tema dei bassi salari. Come sappiamo il potere d’acquisto di ampie fette di lavoratori è rimasto indietro di diverse lunghezze, ma guardando i dati della povertà sia assoluta sia relativa finora questo andamento non ha ancora determinato “una caduta del pavimento”, ovvero una piena retrocessione dei salariati dentro il calderone dei poveri.
L’espressione che spesso usiamo di working poor dunque non fotografa esattamente questo fenomeno ma non è un buon motivo per rinviare la soluzione del problema dei bassi salari. Se non altro per evitare che i dati sulla povertà del 2026, per il combinato disposto di aumento dell’inflazione e ulteriore perdita del potere d’acquisto, segnino – stavolta sì – un dilagare della fascia dei poveri assoluti.