Assolombarda festeggia Meloni, ma la politica industriale latita

Millenovecento industriali tra grandi e piccoli hanno affollato il Teatro Dal Verme e l’hanno ricoperta di applausi. Tra autoironia, repertorio e Milano che può ambire a diventare la fabbrica dell’AI, “una nuova Silicon Valley”
13 OTT 26
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Foto ANSA

Quella di ieri è stata una mattina ben spesa per Giorgia Meloni. Milano per il centrodestra non è una piazza facile (i sondaggi per le prossime comunali ipotizzano addirittura una vittoria del centrosinistra al primo turno) ma la premier non sembra demordere. Già in passato aveva frequentato l’assemblea annuale di Assolombarda e ieri ovviamente è tornata per tastare il polso alla base imprenditoriale di Milano, Lodi, Monza e Pavia nella stagione che ci porterà alle urne.
Millenovecento industriali tra grandi (Emma Marcegaglia, Marco Tronchetti Provera, Veronica Squinzi e Fedele Confalonieri) e piccoli hanno affollato il Teatro Dal Verme e l’hanno ricoperta di applausi. Al punto che anche il più disincantato degli osservatori non avrebbe avuto dubbi ieri a concordare che tra lei e i leader del campo largo non c’è assolutamente partita. Meloni alle imprese piace anche se non c’è una politica energetica efficace, anche se la politica industriale latita e anche se la stessa premier ha solennemente promesso agli artigiani una riforma che rischia di far perdere migliaia di iscritti a Confindustria. In fondo si tratta di dettagli, quella che ha impressionato gli imprenditori milanesi è stata invece la postura internazionale di Meloni, la sua conoscenza dei dossier e persino l’autoironia.
Togliendo il rialzo che gli organizzatori le avevano approntato dietro il podio, rivolta al pubblico ha buttato lì: “Mi hanno sottovalutata. Non sono proprio un nano”. Meloni ha parlato dopo il presidente di Assolombarda, Alvise Biffi. E si può dire che ha potuto giocare sul velluto. Nel discorso di Biffi non c’erano pietre d’inciampo per lei, nemmeno la tradizionale litania delle rivendicazioni imprenditoriali di territorio (in gergo “la lista della spesa”). Anzi, il padrone di casa l’aveva addirittura ringraziata perché “non sa quante porte ci ha aperto nel mondo il suo nome”. Il sogno che Biffi ha esposto alla sua base e all’illustre ospite è che il made in Italy manifatturiero, soprattutto quello che produce macchinari e robot, non solo non sarà tagliato fuori dagli sviluppi dell’intelligenza artificiale ma può prepotentemente rientrare in gioco con la physical AI. “La manifattura non è ieri ma il luogo del domani”. E Milano può ambire a diventare la fabbrica dell’AI, “una nuova Silicon Valley”. Si tratta quindi di fornire abitazioni ai talenti dando la possibilità di dedurre i canoni di locazione, di estendere alle Pmi gli incrementi di produttività dovuti alla nuova tecnologia, di pensare a una legge nazionale sulle città metropolitane (chiamarla legge Milano non porta fortuna) e di chiedere alle banche “di rimanere al nostro fianco”. Nel sogno di Biffi non c’è Trump, non c’è Putin, non ci sono le democrazie occidentali alla frutta, non c’è una Francia che in mano a Le Pen o Mélenchon può travolgere l’Europa, non ci sono i rischi dell’incontrollabilità della stessa intelligenza artificiale.
C’è la forza prepotente dell’AI che se ne infischia della geopolitica e fortunatamente per noi incrocia i destini dell’industria italiana e le fornisce una nuova e irrinunciabile occasione. “Con la physical AI la tecnologia torna a confrontarsi con la produzione e adesso comincia per noi la partita vera”. Messe così le cose per Giorgia Meloni la mattinata milanese non poteva che essere la passeggiata di cui parlavamo. Ha potuto sciorinare il suo repertorio su Europa, Ets, Piano Mattei, nucleare, in assoluta scioltezza. “Se un’acciaieria chiude in Lombardia e l’acciaio lo compriamo all’estero non è che il pianeta ci guadagna”. Ha poi riconosciuto a Biffi di “aver alzato l’asticella” e di aver esposto una coraggiosa visione di sviluppo. “Guardo con rispetto a tutte le vostre iniziative soprattutto se nascono da Milano” ha scandito. E si è via via goduta gli applausi della platea ricordandole però, con una certa franchezza, che “la politica estera è lo strumento più efficace per aprire la strada alle imprese e senza il mio lavoro non riuscireste ad avere i risultati che vantate”. E dico questo, ha aggiunto, alla faccia di quanti “mi criticano perché dedico troppo tempo alla politica estera”.