La vera pressione fiscale è la spesa pubblica, che continua a salire

L’unico modo è ridurre il peso complessivo della spesa e migliorarne la qualità. Promettere più spese significa, in fin dei conti, aumentare le tasse. Per tutti

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La pressione fiscale assume un ruolo centrale nel dibattito politico, soprattutto nei paesi ad alto debito. Un aumento generale delle entrate dello stato, rispetto al pil del paese, rappresenta un aggravio per l’insieme dei contribuenti e per il sistema economico. Non è un caso che chi si candida a governare un paese raramente promette di aumentare la pressione fiscale. L’impegno è piuttosto di ridurla o di distribuirla diversamente tra vari settori e categorie. Tuttavia, il risultato finale è spesso di segno opposto. La pressione fiscale tende ad aumentare, alimentando dibattiti infiniti sull’interpretazione dei numeri, con il risultato di far perdere fiducia ai cittadini.
Il problema nasce dal modo in cui viene definita e calcolata la pressione fiscale. Questa viene generalmente misurata come il rapporto tra l’insieme delle entrate fiscali e contributive di un paese e il suo pil. Il che è fondamentalmente sbagliato, soprattutto se si vogliono analizzare le tendenze di fondo della finanza pubblica di un paese. Ma la pressione fiscale non dovrebbe essere calcolata come il rapporto tra le entrate fiscali e il pil, bensì come il rapporto tra la spesa pubblica e il prodotto lordo.
Guardare al lato delle entrate, invece che a quello della spesa, produce infatti una serie di distorsioni sia nel dibattito pubblico sia nella conduzione della politica economica. Innanzitutto, dà l’impressione che sia possibile aumentare la spesa al di là delle coperture fiscali senza che ci sia alcun costo per i cittadini. Crea l’illusione che l’emissione di titoli pubblici per finanziare la spesa in eccesso rispetto alle entrate non abbia conseguenze, ignorando gli interessi passivi sul debito, che tendono a crescere con la dimensione del debito stesso. Inoltre, ridurre la pressione fiscale senza una pari riduzione della spesa non è sostenibile nel tempo. Ignorare l’evoluzione della spesa, nel breve e nel medio periodo, alimenta la tesi sciagurata secondo cui un taglio fiscale può stimolare la crescita economica in modo tale da generare risorse fiscali sufficienti a tappare il buco iniziale di bilancio. Sono le cosiddette “misure che si finanziano da sole”, che nella realtà non esistono.
Esaminare la pressione fiscale dal lato della spesa pubblica è l’unico modo per impostare un dibattito serio sul risanamento delle finanze pubbliche. In tutti i paesi europei, i problemi creati dal debito pubblico nascono dal lato della spesa, non da quello delle entrate. Nell’ultimo decennio, la pressione fiscale media dei paesi europei è rimasta sostanzialmente immutata, da circa il 46,4 per cento degli anni precedenti alla pandemia al 46,8 dello scorso anno, secondo le stime dell’Fmi. Nello stesso periodo, invece, la spesa media è salita da circa il 47 per cento del pil al 50. E’ vicina al 60 per cento in alcuni paesi come la Francia (57,4), la Finlandia (58,7) e il Belgio (55). In assenza di interventi per ridurre il peso della spesa, la pressione fiscale è destinata ad aumentare, indipendentemente da ciò che viene promesso agli elettori.
Peraltro, i paesi europei che hanno superato la soglia del 50 per cento di spesa pubblica rispetto al pil – Germania, Francia, Italia, Belgio, Austria e Finlandia – sono proprio quelli che hanno registrato negli ultimi anni la crescita più bassa, inferiore alla media europea. Vi è una correlazione statisticamente significativa, di segno negativo, tra spesa pubblica e crescita economica. Ciò non significa necessariamente un nesso preciso di causalità. Ma di sicuro i paesi che hanno aumentato di più la spesa in questi anni non sono cresciuti di più. Al contrario.
Il controllo e la riduzione della spesa pubblica sono proprio l’obiettivo del Patto di stabilità europeo, riformato nel 2024 con il consenso di tutti gli stati membri. Secondo il nuovo Patto, ciascun paese si impegna ad implementare piani pluriannuali di spesa che consentono di ridurne nel tempo il peso rispetto al pil. Solo in questo modo si evita di dover aumentare le tasse ed implementare programmi di “austerità”. Il nuovo Patto è in vigore da solo un paio di anni e già si chiedono delle deroghe, in particolare per utilizzare le entrate fiscali straordinarie, derivanti dalla tassa dell’inflazione, per finanziare nuove spese. Ciò significa, in parole semplici, aumentare la pressione fiscale e rimandare nel tempo il risanamento, esponendo così le finanze pubbliche – e il sistema economico nel suo insieme – alle turbolenze dei mercati finanziari, come si può verificare in questi giorni.
La pressione fiscale è troppo alta in Europa e frena la crescita economica. L’unico modo è ridurre il peso complessivo della spesa e migliorarne la qualità. Promettere più spese significa, in fin dei conti, aumentare le tasse. Per tutti.