La vera riforma è dare libertà di scelta: Tfr in busta paga oggi o detassato in un fondo domani

I fondi pensione possono essere uno strumento utile, ma non si può chiamare 'riforma delle pensioni' quella che soprattutto decide chi gestirà un risparmio che i lavoratori erano già obbligati a fare. Spunti

9 OTT 26
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La riforma del Tfr è partita, ma il passaggio più delicato deve ancora arrivare. Dal 1° luglio, per i nuovi assunti del settore privato, è scattata l’adesione automatica alla previdenza complementare: entro 60 giorni il lavoratore può scegliere di mantenere il Tfr nel regime ordinario oppure destinarlo a un fondo pensione: se non sceglie, il Tfr confluisce nella forma collettiva indicata dal contratto di lavoro.
A fine ottobre, però, arriverà la vera novità. Il lavoratore potrà portarsi dietro anche il contributo del datore di lavoro verso un altro fondo, compresi fondi aperti e prodotti individuali. La norma rompe uno dei principali vincoli che finora proteggevano i fondi negoziali. La portabilità ha una logica: aumenta la libertà di scelta e può accrescere la concorrenza. Ma apre contemporaneamente un mercato enorme. Le stime riportate dalla stampa finanziaria indicano che potrebbe spostarsi il 10-15 per cento dei patrimoni amministrati dai fondi negoziali. Poiché questi fondi gestiscono quasi 85 miliardi di euro, significa rendere contendibili 8,5-13 miliardi di risparmio previdenziale.
Il guadagno per gli intermediari non viene soltanto dalle commissioni del fondo pensione. Una ricerca di C2Partners e Previon, ripresa dal Sole 24 Ore, stima che il semplice collocamento di un fondo aperto o di un Pip generi circa 30 euro di ricavi annui per posizione, mentre una relazione previdenziale usata per vendere anche consulenza, risparmio gestito e polizze possa arrivare a 450 euro: quindici volte tanto. Gli stessi autori stimano per il sistema bancario e assicurativo una redditività potenziale della consulenza previdenziale integrata di circa 19 miliardi l’anno, al lordo dei costi. Non è una stima dei ricavi prodotti dalla sola portabilità del Tfr, ma spiega l’interesse di banche e assicurazioni.
Il rischio è di confondere due questioni diverse. Una è come finanziare pensioni adeguate per i giovani. L’altra è chi deve gestire il loro risparmio. Facilitare lo spostamento del Tfr può aumentare la concorrenza, ma non crea nuovo risparmio previdenziale: cambia soprattutto il contenitore. Il Tfr vale circa il 7 per cento della retribuzione ed è una forma obbligatoria di salario differito. Insieme a contributi pensionistici intorno al 33 per cento, porta a circa il 40 per cento la quota della remunerazione che ogni mese non arriva nella busta paga corrente. Per i giovani italiani questo conta moltissimo. Tutti i paesi devono preoccuparsi delle pensioni future, ma l’Italia ha anche un problema particolare: salari giovani molto bassi oggi.
La Germania sta ragionando in modo diverso. Ha proposto una componente pubblica obbligatoria a capitalizzazione, finanziata con nuovi contributi fino al 2 per cento della retribuzione, divisi a metà fra lavoratore e impresa. Anche la Spagna ha rafforzato il finanziamento previdenziale: nel 2026 il Meccanismo di equità intergenerazionale vale lo 0,9 per cento della retribuzione. Entrambi i paesi partono però da contribuzioni pensionistiche inferiori alle nostre. Noi facciamo invece un’operazione diversa: prendiamo il risparmio obbligatorio esistente e cerchiamo di trasformarlo in previdenza complementare. E non è neppure detto che alla fine diventi davvero pensione. Il capitale continua infatti ad avere un ruolo molto importante nella fase di uscita. Il rischio è che alla vecchia liquidazione di fine rapporto si sostituisca una liquidazione di fine carriera, gestita nel frattempo per decenni dall’industria finanziaria.
Una strada più lineare sarebbe separare nettamente le due funzioni. Per i nuovi assunti il Tfr dovrebbe poter diventare vera retribuzione disponibile. Il lavoratore dovrebbe poter scegliere se ricevere quel quasi 7 per cento di salario ogni mese in busta paga oppure versarlo a una forma pensionistica complementare. Nel secondo caso lo stato potrebbe offrire una forte agevolazione fiscale e la contrattazione prevedere un contributo aggiuntivo dell’impresa. Chi decide di destinare il Tfr al fondo dovrebbe inoltre ricevere incentivi maggiori se alla fine trasforma il capitale accumulato in una rendita, cioè in una vera pensione integrativa.
La questione non è essere contro i fondi pensione. Possono essere uno strumento utile. Il punto è che non si può chiamare riforma delle pensioni una riforma che soprattutto decide chi gestirà un risparmio che i lavoratori erano già obbligati a fare.
Se vogliamo pensioni migliori, dobbiamo costruire strumenti pensionistici. Se vogliamo salari più alti, dobbiamo riconoscere che il Tfr è salario differito. Per i giovani sarebbe più trasparente offrire una scelta vera: Tfr in busta paga oggi, oppure Tfr detassato in un fondo pensione per domani. Spostarlo automaticamente da un cassetto all’altro rischia invece di creare soprattutto nuovo business per chi quei soldi li gestirà.