Sull’accesso alla casa la demagogia perde sempre alla prova dei fatti

Occorre continuare a resistere alle sirene dell’interventismo illiberale sul tema della casa provenienti da Madrid, Berlino e Bruxelles, che la storia ha dimostrato essere fallimentari, e proseguire sulla strada del pragmatismo e del buon senso

Immagine di Sull’accesso alla casa la demagogia perde sempre alla prova dei fatti

Foto Ansa

Il tema dell’accesso alla casa ha, da sempre, la straordinaria capacità di stimolare le espressioni più marcate e più estreme degli istinti demagogici di una parte consistente della politica e degli osservatori. Istinti ai quali, immancabilmente, si accompagnano proposte normative vincolistiche e illiberali: dal blocco degli sfratti (che è poi l’impedimento, da parte del governo o del Parlamento, di dare esecuzione alle sentenze dei giudici, alla faccia del rispetto della magistratura) alla fissazione di canoni massimi di locazione (i cosiddetti “tetti agli affitti”, tanto invocati in questi giorni), sino a quella sorta di contratto a tempo indeterminato ideato dal governo Sánchez in Spagna per liberare gli inquilini da qualsiasi ansia sul dover un giorno lasciare l’abitazione da loro occupata.
La storia, evidentemente, non ha insegnato nulla. Al di là delle (sacrosante) obiezioni di principio, nessuna di queste ricette ha mai prodotto alcun risultato in termini di miglioramento delle possibilità di accesso alla casa. Non è accaduto in Italia con la famigerata legge dell’equo canone, attraverso la quale negli anni Settanta si pensò di stabilire – per dirla con la relazione illustrativa del provvedimento – “meccanismi obiettivi di determinazione di un canone ispirato a criteri di equità”, ma si ottenne il risultato di far allontanare i proprietari dal mercato dell’affitto o di farli rifugiare nel sommerso. A tutto detrimento, di conseguenza, delle esigenze degli aspiranti inquilini con minori possibilità economiche.
Non è accaduto con i limiti agli affitti brevi, come spiegato in modo ampio e documentato dall’Istituto Bruno Leoni in uno studio curato da Davide Mattone e intitolato “Affitti brevi: il divieto che non fa spazio”. New York è arrivata a vietare del tutto questa forma di utilizzo delle case (consentita solo in caso di convivenza del proprietario con l’ospite) e l’unico effetto realmente percepibile è stato l’incremento del prezzo delle camere d’albergo. Cosa che a qualcuno avrà fatto certamente piacere, ma che non rispondeva propriamente agli intenti della misura. Non accadrà neanche con le disposizioni della proposta di regolamento sulla casa (Affordable housing act), con le quali la Commissione europea pretenderebbe di attribuire a non meglio precisate “autorità competenti” dei vari paesi la facoltà da un lato di limitare le locazioni di breve durata e dall’altro di vendere o utilizzare immobili residenziali non destinati ad abitazione principale. Un testo pericoloso non solo per la grave compressione della libertà economica e del diritto di proprietà che lo contraddistingue, ma anche per la scelta – in una materia tradizionalmente estranea alle competenze Ue – della forma “aggressiva” del regolamento (quando in molti si aspettavano al massimo una raccomandazione), che fa temere ulteriori intromissioni nel campo dei diritti soggettivi dei cittadini europei. Ed è davvero istruttivo, al proposito, il dibattito svoltosi martedì nella sessione plenaria del Parlamento europeo, laddove i sostenitori del provvedimento non sono riusciti neppure per un attimo a elevarsi rispetto all’antico e molto frequentato vezzo della esternazione compiaciuta della propria generosità con i denari altrui.
Sulla casa, la strada intrapresa dal governo italiano è certamente perfettibile ma è quella giusta: riqualificazione di 60 mila alloggi popolari vuoti, programma di edilizia integrata con i privati, accelerazione degli sfratti per dare fiducia ai proprietari e ampliare l’offerta privata di abitazioni in affitto. Se a ciò si affiancasse, come ventilato, il dimezzamento dell’aliquota della cedolare secca per le locazioni a canone concordato, si compirebbe un ulteriore passo in avanti, specie se l’occasione venisse colta per estendere tale regime a tutti i comuni italiani, superando l’attuale incomprensibile limitazione. Sempre sul piano fiscale, inoltre, non andrebbe dimenticato il carico dell’Imu, sul quale si potrebbe intervenire incrementando la vigente riduzione del 25 per cento dell’imposta dovuta in caso di utilizzo degli affitti calmierati.
Insomma, per favorire l’accesso alla casa occorre continuare a resistere alle sirene dell’interventismo illiberale provenienti da Madrid, Berlino e Bruxelles, che la storia ha dimostrato essere fallimentari, e proseguire sulla strada del pragmatismo e del buon senso. I frutti non tarderanno ad arrivare.
Giorgio Spaziani Testa, presidente Confedilizia