Economia
Il dato •
Meloni, le accise mobili e il rischio di superare di nuovo il 3% di deficit
Per il 2026 il governo prevede un disavanzo ai limiti delle regole europee (2,925%). L’uso dell'extragettito Iva (170 milioni) per lo sconto sul diesel può essere la goccia che fa traboccare il vaso al 3,1%, di nuovo
8 OTT 26

La lunga marcia verso la legge di Bilancio è appena iniziata e già si rivela accidentata. E’ bastato lo stop al taglio delle accise (-6 centesimi) a infiammare le prostese dell’opposizione che, a loro volta, spingono il governo a valutare il passo indietro. “Siamo pronti a intervenire di nuovo col meccanismo delle accise mobili – ha detto Giorgia Meloni –. Al mese di settembre abbiamo circa 170 milioni che possono essere spesi per questo obiettivo”. La premier ha aggiunto che il governo si sta “interrogando se sia più efficace spenderli in questo momento o tenerli come provvista. Dipende anche dalla tenuta del cap”. (
La tensione è massima per qualche centesimo di euro al litro di gasolio, che però vale qualche centinaio di milioni di euro determinanti per il bilancio pubblico: anche quest’anno il governo balla attorno al precipizio del 3 per cento di deficit.
Nella mattinata di ieri, colpito dall’accesa campagna delle opposizioni, il governo ha fatto di nuovo pressing sulle compagnie petrolifere per convincerle ad assorbire il rincaro di 6 centesimi. L’Eni – che è stata il perno della strategia del governo con l’introduzione del price cap dei carburanti (1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 per il diesel) poi emulato da Ip, Q8 e Tamoil – ha inizialmente alzato il tetto per il diesel del corrispondente aumento dell’accisa a 2,25 euro, per poi abbassarlo a 2,21 euro facendosi carico di 4 dei 6 centesimi di aumento.
Meloni vorrebbe che il Cane a sei zampe assorbisse anche gli altri 2 centesimi di aumento, ma in questa fase di tensione sui mercati sarebbe preferibile tenere d’occhio i saldi di bilancio più che le polemiche sui social.
La “provvista” da 170 milioni di euro di extragettito Iva maturato a settembre può risultare molto importante per puntellare i conti di quest’anno, che sono pericolosamente prossimi al limite del 3 per cento. Che questo obiettivo non sia garantito l’ha detto, esplicitamente, il ministro Giancarlo Giorgetti presentando il Dpfp: “Il deficit dovrebbe stare sotto il 3 per cento nel 2026, ma come sapete non basta la nostra assunzione”. Il riferimento del ministro è al recente smacco sull’uscita dalla procedura d’infrazione, prima prevista e poi mancata per un decimale, che ha portato il deficit 2025 al 3,1 per cento. L’ipotesi che il governo possa ritrovarsi, nella prossima primavera, una brutta sorpresa analoga a quella di quest’anno non è poi così remota.
Il Dpfp, infatti, prevede un rapporto deficit-pil per quest’anno pari al 2,9 per cento (più precisamente 2,925 per cento), con un indebitamento netto pari a 68 miliardi di euro. Vuol dire che il governo, per uscire dalla procedura d’infrazione nel 2027, ha mantenuto uno spazio di sicurezza di 1,5 miliardi di euro, oltre il quale si supera il 2,99 per cento di deficit (per le regole europee, il disavanzo deve restare “al di sotto del valore di riferimento del 3 per cento del pil”, pertanto un valore appena superiore ma arrotondato al 3 per cento sarebbe comunque eccessivo).
Non è un margine che lascia dormire sogni tranquilli. Innanzitutto per il contesto internazionale, caratterizzato dalla crisi energetica, dall’inflazione e dall’aumento dei rendimenti dei titoli sovrani. Non a caso Giorgetti, durante la conferenza stampa di presentazione del Dpfp, ha detto che il governo monitora “costantemente con attenzione l’andamento sia dell’inflazione sia dei tassi di interesse”. Già questi fattori possono far aumentare la spesa per interessi prevista negli ultimi mesi dell’anno. Per giunta, la mancata uscita dalla procedura per il 2025 ha mostrato che le sorprese non mancano mai: tra aprile e settembre, sono emerse ex post uscite impreviste nel 2025 – tra Superbonus e spese di alcune partecipate – per circa 11 miliardi: un errore quasi dieci volte superiore al margine di 1,5 miliardi per tenere il deficit sotto la soglia di Maastricht.
La scelta del governo di sostituire la fine degli sconti sulle accise con l’abolizione del bollo è funzionale a questo obiettivo, perché da un lato arresta la spesa (accise) per il 2026 e dall’altro sposta la nuova agevolazione (bollo) sul budget del 2027. E’ stato un modo politicamente astuto e finanziariamente prudente per mettere in sicurezza i conti di quest’anno. Tornare ora sui propri passi può essere pericoloso, perché i 170 milioni di “provvista Iva” sono la goccia che può far traboccare il vaso del deficit dal 2,99 al 3 per cento. Sarebbe assurdo se Meloni mettesse a repentaglio quell’obiettivo per un paio di centesimi di sconto sul diesel. Anche perché se poi ad aprile – in piena campagna elettorale – l’Istat dovesse dare di nuovo la brutta notizia di un deficit sopra il 3 per cento, l’opposizione presenterebbe comunque il conto politico al governo. E sarà più salato di quello odierno.