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Una manovra a due flessibilità. Ma le crisi di Parigi e Madrid ci mettono a rischio
Il governo vara il Dpfp con due boccate di sollievo, il rilascio delle scorte di petrolio del G7 e l'attivazione del Nec. Ora serve la fiducia dei mercati

Giancarlo Giorgetti - foto Ansa
La prima flessibilità è arrivata nel pomeriggio dopo la riunione straordinaria del G7, a cui Giorgia Meloni ha partecipato in videocollegamento, che ha stabilito il rilascio di scorte strategiche fino a 100 milioni di barili di petrolio e diesel nei prossimi quattro mesi. Un intervento pensato per allentare la pressione sui prezzi dei carburanti, proprio mentre lo choc energetico rischia di complicare la legge di Bilancio. La decisione ha placato le tensioni sul mercato petrolifero e anche su quello finanziario, con la discesa dello spread a 117 punti e dei rendimenti dei titoli di stato attorno al 4,6 per cento, dopo un avvio in rialzo (spread a 130 e Btp al 4,7 per cento).
La seconda flessibilità è quella, prevista dalle regole europee, che il governo italiano chiederà al Parlamento con l'attivazione della National escape clause (Nec): 0,6 per cento del pil l'anno per il 2027 e il 2028, equamente distribuiti tra spese per l'energia e per la difesa (28 miliardi in tutto). Si tratta, in realtà, di una richiesta più contenuta rispetto alle previsioni: il governo non chiederà tutto lo spazio possibile di 1,5 punti di pil come annunciato ad agosto, ma vista la tensione sui tassi dei titoli di stato, ha ridotto di 0,3 punti di pil la componente destinata alla difesa.
La terza flessibilità, quella chiesta dalla premier Meloni nella lettera alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, è al momento rinviata appunto ai prossimi vertici a Bruxelles. Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, più prudente del solito visto il complicato contesto internazionale, ha annunciato che il Dpfp approvato dal Consiglio dei ministri conferma in termini programmatici il sentiero di spesa previsto e concordato con l'Europa, ricordando che la proposta italiana non chiede "ulteriore flessibilità" ma di riconsiderare l'impatto dell'inflazione sulla spesa nominale che complica il rispetto dei target sulla spesa netta definiti tre anni fa.
Per quanto riguarda i numeri, il governo rivede al rialzo le stime di crescita all'1 per cento nel 2026 (+0,4), allo 0,8 per cento nel 2027 (+0,2) e allo 0,9 per cento nel 2028 (+0,1). Nonostante la maggiore inflazione e l'aumento della crescita, Giorgetti conferma per il 2026 il deficit al 2,9 per cento che dovrebbe portare l'Italia fuori dalla procedura d'infrazione ("ma non basta la nostra assunzione", ha detto il ministro con amara ironia per lo sforamento del 3 per cento del 2025). Pur considerando l'aumento della spesa per interessi, il deficit dovrebbe mantenersi sotto il 3 per cento anche negli anni successivi, al netto della maggiore spesa della Nec per energia e difesa, consentendo quindi l'uscita dalla procedura d'infrazione la prossima primavera (se i conti saranno confermati dall'Istat). Il debito pubblico quest'anno sarà mezzo punto inferiore alle attese, pari al 138,1 per cento del pil, ma a differenza delle previsioni crescerà anche nel 2027 fino al 138,4 per cento e comincerà a scendere al 137,7 per cento solo nel 2028 dopo che si sarà esaurita l'ultima coda del Superbonus.
Non sono i contorni di una manovra elettorale. Non c'è nessuno "scostamento" dell'entità richiesta da alcuni ministri nei giorni scorsi. Al contrario, c'è una riduzione dello scostamento consentito dalla clausola di salvaguardia europea per le spese militari. C'è probabilmente una sensibilità politica nel non spendere per la difesa in più che per la crisi energetica, ma c'è sicuramente maggiore attenzione a cosa succede nei mercati: "Monitoriamo costantemente con attenzione la situazione dell'andamento sia dell'inflazione sia dei tassi di interesse", ha a precisato Giorgetti in conferenza stampa.
La situazione internazionale è molto complicata. La crisi energetica si intreccia con una crisi fiscale in Francia che può contagiare, e in parte si vedono i primi sintomi sui Btp, il resto d'Europa. La presidente della Bce, Christine Lagarde, con un debito vicino al 120 per cento e senza un percorso credibile di rientro da un deficit proiettato oltre il 6 per cento, la situazione francese è "una questione seria". Pur ricordando che l'architettura finanziaria e istituzionale europea è diversa dal passato, la presidente della Bce ha evocato le crisi di Grecia, Portogallo, Irlanda e Cipro come esempi di quanto sia importante ristabilire la fiducia dei mercati.
Anche la Spagna, l'economia che cresce di più nell'eurozona, offre un altro elemento di instabilità politica, con il governo di Pedro Sánchez che valuta le elezioni anticipate dopo la bocciatura in Parlamento dei due decreti sulla crisi abitativa.
È anche questo contesto di instabilità politica che deve essere tenuto in considerazione. Il governo italiano ha buoni argomenti, condivisi da altri governi, per convincere la Commissione a consentire qualche ulteriore margine di flessibilità sulle regole fiscali. Ma la flessibilità più importante e di cui l'Italia ha bisogno è la quarta, quella dei mercati finanziari, che quotidianamente comprano e vendono il debito italiano. Senza di quella salta tutto. Conquistare la fiducia degli elettori colpiti senza perdere quella degli investitori, è questo lo spazio stretto entro cui Meloni e Giorgetti dovranno comporre la legge di Bilancio.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali

