La riforma e le paure infondate per la crescita degli artigiani

Nessun impatto disastroso sulle finanze pubbliche, né cancellazioni delle tutele dei lavoratori, ma solo degli accorgimenti per migliorare la competitività dei produttori domestici. Parla Granelli (Confartigianato)

1 OTT 26
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Foto ANSA

Le voci e le preoccupazioni che circolano in questi giorni sulla riforma della legge quadro dell’artigianato meritano un chiarimento su come stanno effettivamente le cose. In un’Italia spesso accusata di nanismo imprenditoriale ci stupiscono i timori per la legittima aspirazione degli artigiani a crescere, a irrobustirsi, a innovare al fine di competere meglio sul mercato, senza peraltro pesare sulle finanze pubbliche né alterare le regole della concorrenza tra imprese.
Cominciamo a sgombrare il campo dalle false notizie circa presunte sottrazioni di risorse allo stato che, secondo Confindustria e alcune analisi giornalistiche, sarebbero provocate dalla riforma della legge quadro dell’artigianato. Chi conosce il testo della riforma sa che le stime allarmistiche su ipotetici impatti superiori al miliardo di euro per le casse dello stato sono del tutto infondate. E’ prevista, infatti, una clausola di neutralità finanziaria rispetto alla contribuzione a favore dell’Inps: le imprese artigiane che, crescendo, superino le soglie ordinarie di dipendenti previste dall’attuale legge quadro dell’artigianato applicheranno la medesima contribuzione previdenziale prevista per le imprese industriali di pari dimensione. L’allargamento dell’obbligo di iscrizione alla Gestione Speciale Artigiani Ivs per il titolare e i soci, peraltro, determina un incremento delle entrate contributive. Inoltre, con la riforma, non si crea alcuna zona grigia tra artigianato e industria. Al contrario di ciò che lamenta Confindustria, l’impresa non avrà alcuna discrezionalità nella scelta di essere o non essere artigiana, a seconda delle convenienze, peraltro inesistenti. E’ infatti previsto l’obbligo di iscrizione all’Albo delle imprese artigiane in tutti i casi in cui un’impresa ne abbia i requisiti.
Quanto, poi, all’innalzamento della soglia a 49 dipendenti non riguarda tutte le tipologie di imprese artigiane, ma soltanto quelle del settore artistico-tradizione, mentre viene mantenuta l’attuale differenziazione del numero massimo di dipendenti in base all’attività svolta, con una crescita proporzionale degli addetti.
E’ infondato anche l’allarme sul dumping salariale o sulla contrazione delle tutele per presunti 1,8 milioni di lavoratori. E’ noto, infatti, che la qualificazione giuridica di impresa artigiana non vincola l’azienda all’applicazione di un determinato contratto collettivo: un’impresa artigiana può applicare contratti industriali e viceversa. Si tratta di una situazione che già oggi si verifica in Italia. Infatti, la quasi totalità dei contratti siglati dalle organizzazioni dell’artigianato trova applicazione ben oltre i limiti della legge quadro dell’artigianato del 1985. Non vi sarà quindi alcuna diretta o indiretta ripercussione sulle retribuzioni dei lavoratori e sul conseguente prelievo fiscale. E in merito all’occupazione, non potrà che esserne favorita, visto che la riforma intende rimuovere il ‘tappo’ alla crescita occupazionale per tutte quelle aziende che oggi rischiano di dover scegliere tra assumere un dipendente in più e perdere la propria identità giuridica artigiana.
Più in generale, la necessità di una revisione dell’attuale legge quadro, vecchia di ben 40 anni, evocata anche dal presidente della Repubblica in occasione dell’Assemblea annuale di Confartigianato del 2024, serve per consentire alle imprese artigiane di affrontare un mercato in continua evoluzione e le grandi trasformazioni economiche e sociali del nostro tempo. Questo per dire che – secondo Confartigianato – l’artigianato non deve essere una “gabbia”, bensì una qualificazione fondata sulla preminenza del valore del lavoro e delle competenze dell’imprenditore, garantita e tutelata dall’articolo 45 della Costituzione. Del resto, basterebbe guardare fuori dai confini nazionali. In paesi come Francia e Germania la natura artigiana dell’impresa non ne limita la dimensione: si può essere artigiani avendo decine o addirittura centinaia di dipendenti.
Se tutti abbiamo a cuore la competitività del sistema produttivo italiano e visto che la riforma non prevede trattamenti di favore che distorcono la concorrenza tra imprese né minori entrate per le finanze pubbliche, a chi conviene mantenere confinato l’artigianato in limiti dimensionali che ne comprimono la crescita? Viene da chiedersi, insomma, qual è il problema? Qual è il vero motivo di tanta preoccupazione da parte di Confindustria? Forse la competizione sul piano associativo? A questo proposito, siamo convinti che, come sempre, saranno le aziende a decidere liberamente da chi farsi rappresentare e tutelare al meglio, indipendentemente dalla riforma della legge quadro dell’artigianato.
Marco Granelli
presidente di Confartigianato