Economia
L'analisi •
C’è uno scontro serio tra Orsini e Meloni sulla definizione di artigiani
Dalla nuova bozza uscita dal Mimit sembrerebbe che il governo voglia dare la possibilità alle aziende artigiane di crescere di dimensione. Però in questo modo per Confindustria si costruisce per legge “una zona grigia” in cui un’impresa è industriale quando compete sul mercato e diventa artigiana quando deve sostenere costi e obblighi
30 SET 26

Foto Ansa
Dal maggio 2024, quando Emanuele Orsini è stato nominato presidente di Confindustria i rapporti con Giorgia Meloni sono stati ottimi. La premier ha frequentato le assemblee degli industriali con grande soddisfazione (e applausi) e se in questi anni ci sono stati degli screzi hanno riguardato per lo più la formulazione di questo o quell’articolo della legge di Bilancio. O le lungaggini burocratiche per far partire Transizione 5.0. Stavolta però il rischio che si arrivi a un conflitto esplicito è elevato perché in qualche maniera Meloni ha “tradito” gli industriali. Ovviamente il contesto è quello di una campagna elettorale anticipata e nella quale non si fanno prigionieri, si coltivano rapporti privilegiati con chi può garantire maggiori ritorni in termini di consenso elettorale. E palazzo Chigi sembra aver deciso che convenga puntare sulle associazioni degli artigiani, da Confartigianato a Cna passando per Casartigiani che (in totale dichiarano di avere circa 2,5 milioni di iscritti). Agli strateghi del consenso di casa Meloni queste associazioni paiono più disponibili e compatte nel voto di quanto possa essere invece Confindustria. E quindi il governo ha preso la palla al balzo delle norme annuali sulle Pmi per mettere mano alla legge quadro sull’artigianato che risale al lontano 1985. La bozza delle nuove disposizioni è uscita dal Mimit, il dicastero di Adolfo Urso ma i bene informati arrivano addirittura a dire che l’abbia messa giù Marco Granelli, presidente di Confartigianato.
Ma cosa prevede questo testo di tanto velenoso da mettere a repentaglio i rapporti Meloni-Orsini? L’intento è quello di modernizzare le norme e dare la possibilità alle aziende artigiane di crescere di dimensione. Non però con un supporto e un itinerario che le metta in grado di maturare sul mercato e guadagnare in produttività bensì con un semplice tratto di penna. Si potrà essere imprese artigiane anche avendo 50 dipendenti (in precedenza a seconda dei settori il tetto oscillava tra i 18 e i 32), si potranno adottare forme societarie più flessibili, il titolare non deve obbligatoriamente lavorare anche lui in azienda e si potranno avere fino a 3 sedi. Per Confindustria questa è una vera e propria invasione del territorio della piccola industria, si costruisce per legge “una zona grigia” in cui un’impresa è industriale quando compete sul mercato e diventa artigiana quando deve sostenere costi e obblighi. Insomma si tratta di una legge che non fa crescere le aziende ma allarga trattamenti e agevolazioni per quelle piccole imprese che vorranno definirsi “artigiane” per convenienza. Una volta questa veniva definita dagli economisti come la via bassa della competitività e sembra proprio che Urso l’abbia scelta e Meloni l’abbia avallata.
Il j’accuse dei confindustriali non si ferma qui. Orsini sostiene che da questa novità ci saranno minori entrate per l’Inps pari a 800 milioni, un minore gettito Irpef per 250-400 milioni e soprattutto che si espongono a un possibile cambio di contratto nazionale più di 1,5 milioni di lavoratori. Secondo un dato comunicato dal vice presidente degli industriali, Francesco Somma, la differenza retributiva tra i contratti industriali e quelli degli artigiani arriva addirittura al 34%. Il terrore di Orsini è quindi che si inneschi una migrazione al ribasso di aziende, magari anche iscritte a Confindustria, che per risparmiare sul costo del lavoro si vestono da artigiane. Meloni tutto ciò non può non saperlo ma in questo momento considera prioritario aiutare le associazioni degli artigiani - che attraversano qualche difficoltà - a fare il pieno di nuovi iscritti. E’ la politica industriale di Fratelli d’Italia: più piccole restano le imprese, più avranno bisogno di noi. E le grandi, invece, sono così cosmopolite che si rivolgono altrove. Capite bene che l’incidente che sta mettendo contro governo e Confindustria non è di poco conto. Investe tanti temi, tocca tanti interessi organizzativi e di budget, sottomette al consenso elettorale qualsiasi ipotesi di patto sociale.
Per di più c’è anche il rischio che il tavolo tra le imprese e i sindacati, da cui dovrebbero uscire nuove e più trasparenti regole sulla rappresentanza si incagli in quella che in gergo si chiama “perimetrazione” ovvero proprio i confini tra aziende artigiane e piccola industria. Il tavolo - che pure è stato avviato con il conforto della premier - potrebbe trovare ostacoli insuperabili oppure potrebbe portare a un’intesa non sottoscritta però dalle associazioni artigiane. E i sindacati? Sono concentrati sull’esito positivo di questo tavolo e per ora non hanno dedicato molto tempo alla riforma dell’artigianato. Non c’è una dichiarazione pubblica in materia, l’afasia prevale persino in casa Cgil dove comanda un leader piuttosto loquace. Eppure ai loro leader dovrebbe esser chiaro che se passasse il testo governativo avremmo una maxi-operazione di dumping contrattuale. Insomma invece di aumentare i salari li diminuiremmo. Orsini, che è un tattico nato, teme lo scontro frontale con palazzo Chigi e quello personale con Giorgia Meloni. In questa fase sta mandando avanti le truppe di territorio, soprattutto i piemontesi, che hanno iniziato un fuoco di fila contro il testo Urso-Granelli. Ma non si potrà andare avanti a lungo con la guerra di periferia: o Meloni torna sui suoi passi (magari dando la colpa a Urso) o Orsini rischia grosso e dovrà mobilitare le territoriali stavolta non per redigere un comunicato-stampa ma per evitare quella migrazione verso l’artigianato che segnerebbe uno smacco senza precedenti.